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PSICOPATOLOGIA E CRIMINALITA'.
L'ITINERARIO ITALIANO

Luciano Bonuzzi

 

INTRODUZIONE

UNA BREVE PREMESSA

LONTANE RADICI

DALL'ETÀ DI MEZZO AI TEMPI MODERNI

VERSO L'ILLUMINISMO

FERMENTI DOTTRINALI ALLE ORIGINI DELL'ETÀ CONTEMPORANEA

CRIMINALITÀ E ORGANIZZAZIONE ANATOMICA

APPROCCI STORICISTI

L'ANTROPOLOGIA CRIMINALE

ACCANTO A LOMBROSO

CONTRIBUTI CLINICI ALLA CRIMINOLOGIA

NUOVI ORIZZONTI

UN TENTATIVO DI SINTESI

BIBLIOGRAFIA

 

Verso l'illuminismo

Il 600 è il secolo della Controriforma e del meccanicismo che, con Galilei e Harvey, rinnova l'antropologia medica. La Controriforma ripropone con vigore la cultura della tradizione teologica; la medicina, dopo la scoperta harveyana della circolazione del sangue, rompe invece i ponti con il passato e guarda all'uomo come ad una sorta di macchina idraulica. In questo contesto affiora un solco fra natura ed esistenza; nel contempo l'ordinamento ideologico della teologia, da una parte, e quello della medicina, dall'altra, diventano progressivamente estranei fino ad elaborare concezioni antropologiche e linguaggi alternativi.

In prospettiva teologica, lungo il 600 la lotta alla stregoneria, quale crimine emblematico, e lo spettacolo del supplizio risultano ancora funzionali e coerenti con gli ideali che reggono l'organizzazione sociale: si veda al proposito, il Compendio del Guaccio (48). Ma nel volgere di qualche generazione la stregoneria uscirà progressivamente dall'orizzonte della criminologia per diventare, alla fine del 700, un modesto capitolo dei trattati di medicina mentale. L'operazione contro le streghe di Nogaredo, in pieno 600, è forse l'ultima grande istruzione processuale che muove su uno sfondo di marginalità, povertà, malattia e ribalderia (49). L'ultimo processo contro le streghe celebrato in Italia risale poi ai primi del 700 (50).

Nel 700, d'altra parte, di magia e di stregoneria si continua a scrivere: si tratta infatti di una questione ideologica nodale che si conclude con l'avvento delle prospettive illuministe che muovono lungo quella traccia di pensiero razionalista che è maturato nell'ambito della medicina coinvolgendo i più diversi campi del sapere. Significativi i contributi di Tartarotti, Maffei, Muratori e Grimaldi.

Per Tartarotti (51) le streghe sono donne malinconiche vittime della loro immaginazione e della confusione fra sogno e realtà; Tartarotti, tuttavia, crede agli effetti della magia. Di diverso parere è invece Maffei (52) per il quale non sono reali né le esperienze riferite dalle streghe, né le operazioni della magia; i maghi, secondo Maffei, non sortiscono che inganni e, del resto, è palese l'incongruenza fra cause magiche immateriali ed effetto materiale. Secondo Marchi la posizione del Maffei va intesa alla luce di una "rivendicazione della libertà dell'uomo e della capacità della ragione" (53); Di Marco (54), d'altra parte, rileva come la posizione di Tartarotti, oscillando fra razionalità ed irrazionalità, esprima tensioni immanenti all'animo umano al di là delle contingenze storiche.

Ampie perplessità in tema di stregoneria sono espresse anche da Muratori (55) che aspira a liberare la religione dagli aspetti più retrogradi. Con Grimaldi (56), infine, predomina l'approccio erudito ad una questione che si avvia ad essere estranea alla vita quotidiana.

L'evoluzione della sensibilità culturale e la progressiva incisività del razionalismo naturalistico investono ormai il fondamento stesso del diritto. Nota, infatti, Maffei che "secondo la sana giurisprudenza confessione di cose impossibili non è valida, e non può far procedere a condanna" (57). Anche Carli, un professore padovano che si inserisce nella polemica sulle streghe, avverte come le confessioni di queste "donnicciuole" ai tribunali dell'Inquisizione vadano intese come "una vera e reale pazzia" (58) e niente di più. Stimolante, secondo Parinetto (59), è la posizione di un criminalista quale Melchiori, che invita a trattare i reati di stregoneria alla stregua degli altri delitti che devono essere ben provati.

Interventi, tanto numerosi ed articolati, su questioni ideologiche fondamentali, come quelle poste dalla stregoneria, esercitano, come è ben comprensibile, un ruolo decisivo sia nell'evoluzione dell'ordinamento della giustizia che nell'abbandono delle pratiche più cruente di procedura penale. Questo rinnovamento, del resto, rientra nel più ampio movimento di pensiero promosso dall'illuminismo che ravvisa nel naturalismo e nell'uguaglianza civile i rispettivi pilastri della cultura scientifica e dell'organizzazione sociale; la promozione della felicità, la tolleranza, la riorganizzazione delle istituzioni, proprio all'insegna del naturalismo e dell'uguaglianza, diventano i grandi temi del momento. Per quanto riguarda il diritto, sono essenziali i contributi di Beccaria e di Verri.

Naturalismo ed uguaglianza sono, appunto, i motivi che intonano il noto saggio di Beccaria Dei delitti e delle pene. Secondo Beccaria il diritto autentico e la politica morale durevole devono, infatti, essere fondati sui "sentimenti indelebili dell'uomo"; sono pertanto inutili la tortura e lo spettacolo barbarico della pena di morte mentre le pene devono essere pubbliche, rapide e dolci per non scatenare la ferocia; assurda, infine, la persecuzione dei suicidi perché incapaci di considerare le stesse conseguenze del loro atto. Beccaria tuttavia, per quanto il suggerimento in tema di suicidio apra uno spiraglio al comprendere psicopatologico, è reticente in merito alla eventuale possibilità di instaurare un rapporto fra disturbo mentale ed eclissi della punibilità. Gli è che per Beccaria "errano coloro che credettero vera misura dei delitti l'intenzione di chi gli commette" (60). Verosimilmente la teoria dell'intenzionalità che potrebbe scagionare molti imputati, fra i quali i malati di mente, appare al Beccaria confusiva ed estranea all'evidenza dell'uguaglianza.

Contro la spettacolarità del supplizio e contro la tortura, accanto a Beccaria, si scaglia anche Pietro Verri. Tanto più che la pratica dei tormenti, che già Muratori aveva ritenuto ripugnante alla "Natura" (61), rende inattendibili le confessioni estorte con la violenza. Del resto, l'autorevolezza di quanti sostengono l'opportunità della tortura è inconsistente; si tratta, infatti, di un'autorevolezza molto simile a quella dei sostenitori della stregoneria e della magia quando "la tradizione dei più venerati uomini e tribunali insegnava di condannare al fuoco le streghe e i maghi, i quali ora si consegnano ai pazzerelli, dacché è stato dimostrato che non si danno né maghi, né streghe" (62).

Nel pensiero di Verri l'allusione alla stregoneria assume pertanto un sapore che, ancora una volta, è esemplare. La stregoneria, in effetti, è un capitolo che, con l'illuminismo, passa definitivamente dai manuali per inquisitori ai trattati di psichiatria; da reato contro l'ordinamento della religione e dello stato diventa il contenuto, piuttosto arcaico e desueto, di un disturbo mentale. Scrive Chiarugi, l'autore del primo vero trattato di psichiatria specialistica: "Si danno per altro certe pazze, alle quali si dà il nome di streghe che s'immaginano per patto convenuto col demonio di potere operare cose meravigliose, e soprannaturali, e particolarmente di intervenire agl'impuri congressi dei medesimi Demoni, di poter indurre l'impotenza coniugale; di fare ammalare e risanare i bambini, ed altre simili sciocchezze. S'incontrano anche tra gl'uomini, e specialmente tra i pastori più idioti, dei componitori di filtri etc." La questione viene affrontata, in un contesto meramente clinico, nelle pagine dedicate all'"Esame nosologico delle Melancolie".

La possibile connessione fra disordine mentale e trasgressione è sollevata da Chiarugi non solo in tema di stregoneria, ma anche nella valutazione del suicidio e dell'omicidio quali manifestazioni estreme e radicali della "Melancolia furente". Per Chiarugi: "L'uomo, il quale a similitudine d'ogni altro animale à per naturale istinto la conservazione della propria esistenza, e la dilezione dei suoi simili, deve dirsi veramente delirante, tutte le volte, che egli à l'insensata barbarie d'attentare contro l'altrui vita, e particolarmente contro la propria" (63). La deviazione dall'istinto e dalla naturale solidarietà sociale è, insomma, intesa come l'espressione di un autentico disturbo mentale.

Nel pensiero di Chiarugi i rimandi fra disturbo psichico e deviazione dagli ordinamenti naturale e sociale sono indubbi, manca però il confronto sistematico fra diritto e psichiatria. Chiarugi non è un medico legale ma uno psichiatra. Anche la medicina legale italiana, e non solo la psichiatria, conosce comunque nuovi impulsi con la cultura dell'illuminismo che si fa concretamente sentire negli anni dell'occupazione francese.

Secondo Geremek (64), d'altra parte, nell'approccio alla criminalità esiste una profonda cesura fra il modello tradizionale e quello contemporaneo quando, a cavallo fra 700 e 800, la criminalità viene correlata alle strutture economiche e sociali. In una società che intende prendere le distanze dal passato, il rapporto fra medicina e diritto deve pertanto essere fatalmente ridefinito. In questo clima, sostanziato dalle moderne teorie illuministe, Giuseppe Tortosa sostiene l'opportunità che la medicina legale diventi oggetto di insegnamento universitario (65).

In realtà Tortosa, autore di un ampio manuale di medicina forense fortemente ispirato a Zacchia, più che elaborare nuove ed originali dottrine riordina e sistematizza le moderne concezioni giuridiche e deontologiche della medicina illuminista, guardando peraltro con cautela alle consuetudini del passato. Vi è ben poco di nuovo in tema di magia, di stregoneria e di verifica dei miracoli; ed anche nel capitolo dedicato alla tortura sembra prevalere la neutrale preoccupazione di una corretta assistenza traumatologica sullo sdegno civile e sulla critica psicologica di una pratica inattendibile.

Più interessanti, piuttosto, sono le pagine dedicate alla simulazione e dissimulazione della patologia mentale, di quella cronica in particolare. Se "alcuno finga di esser pazzo, per sospendere un atto giudiziario; o per non assumere un uffizio gravoso, o per sciogliere un contratto, o rompere un patto, o per iscansarsi da una pena etc." il medico può orientarsi ricorrendo ad un accurato esame semeiologico volto a cogliere il disturbo psichico nella sua continuità e complessità. Ma Tortosa auspica il sistematico coinvolgimento del medico in veste di perito anche per coloro che "dissimulano la imbecillità, la mentecattagine, o il vaneggiamento" per manipolare a proprio vantaggio le disposizioni testamentarie. Ed ancora, nota Tortosa, il medico può essere coinvolto dal magistrato per esprimere un parere in tema "di interdizione e di tutela". E' compito del perito, in questi casi, "il rintracciare...., co'l favore delle dottrine semiotiche, i segni propri della indiziata malattia, ed il decidere, se l'infelice trovisi in quello stato morboso di mente, in cui, ecclissato essendo dalle materiali offese del cervello il lume razionale, non possa far uso delle animali facoltà conformemente all'ordine di natura" (66).

Il medico, grazie alla conoscenza della semeiotica e della neurofisiologia, si propone pertanto come il vero tecnico in grado di esprimere un parere fondato ed attendibile in merito al rapporto fra malattia mentale e trasgressione del codice. In questo contesto, come è evidente, la capacità di cogliere la simulazione di un disturbo psichico acquista un rilievo dottrinale fondamentale, ben più forte che in passato anche se la simulazione in medicina è storia di sempre (67).

Il riferimento alla natura, l'uguaglianza di fronte alla legge e la fiducia nella ragione sono ormai categorie culturali ampiamente condivise grazie all'impegno civile di eruditi e di studiosi come Muratori, Maffei, Beccaria, Verri, Chiarugi e Tortosa. Alla fine del 700 sono ormai scacciate le fantasticherie psicotiche della stregoneria accantonando quella confusione fra criminalità e malattia che, sempre più, turba le coscienze. Ma ben presto le lame della ghigliottina e le baionette del Bonaparte spruzzeranno di sangue il candore e la razionalità dei lumi.



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