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PSICOPATOLOGIA E CRIMINALITA'.
L'ITINERARIO ITALIANO

Luciano Bonuzzi

 

INTRODUZIONE

UNA BREVE PREMESSA

LONTANE RADICI

DALL'ETÀ DI MEZZO AI TEMPI MODERNI

VERSO L'ILLUMINISMO

FERMENTI DOTTRINALI ALLE ORIGINI DELL'ETÀ CONTEMPORANEA

CRIMINALITÀ E ORGANIZZAZIONE ANATOMICA

APPROCCI STORICISTI

L'ANTROPOLOGIA CRIMINALE

ACCANTO A LOMBROSO

CONTRIBUTI CLINICI ALLA CRIMINOLOGIA

NUOVI ORIZZONTI

UN TENTATIVO DI SINTESI

BIBLIOGRAFIA

 

Contributi clinici alla criminologia

La fortuna quasi secolare della scuola positiva, che si riconosce nell'antropologia criminale, testimonia la continuità di un sapere e di una ideologia, storicamente forti, che si rivelano vitali dagli anni del giovane Lombroso all'ultimo dopoguerra. L'ambito dell'antropologia criminale, come avverte Di Tullio, non va comunque identificato con quello della sola psicopatologia criminale, o della psichiatria, per quanto il criminologo non possa non confrontarsi con la complessità dell'abnorme psichico. D'altra parte, non sempre gli itinerari e le vicende dell'antropologia criminale e della psichiatria sembrano coincidere anche se gli alienisti del secolo scorso e del primo 900 sono per lo più anche medici legali e pertanto fatalmente esperti di criminologia. Del resto fin dal saggio lombrosiano su Villella affiora una forte conflittualità con Verga che è lo psichiatra italiano più illustre del tempo.

La psichiatria clinica, in realtà, si sviluppa intorno ad una immagine dell'uomo abbastanza diversa da quella che, almeno in origine, fonda l'antropologia criminale. Da Verga a Tanzi etc., in psichiatria, si consolida infatti il primato radicale del sistema nervoso, mentre viene proposta una concezione immanentistica dell'anima. Scrive Verga: "L'encefalo... siede al posto d'onore, nella più elevata stanza dell'umano edificio, quasi a significare che esso deve sopraintendere a tutto e vegliare su tutto" (156). Nel contempo Verga prende qualche distanza dalla craniologia tradizionale: gli è che "lo studio del cranio umano è più utile per gli antropologi e per gli artisti che per i medici che si dedicano particolarmente alla cura delle alienazioni mentali" (157). La differente prospettiva dottrinale dell'antropologia criminale e della psichiatria traspare insomma fin dalla diversa attenzione portata all'apparato scheletrico e a quello nervoso. Proprio con un acceso dibattito su una questione craniologica affiora il crinale che separa l'antropologo Lombroso dallo psichiatra Andrea Verga.

Verga, infatti, dissente radicalmente da Lombroso, come si è già fatto notare, in merito al significato della fossetta cerebellare mediana riscontrata in Villella; un reperto al quale Lombroso attribuisce un grande significato dottrinale e giuridico interpretando la fossetta in parola come un ricettacolo per un lobo cerebellare soprannumerario. Secondo Verga la presenza di un simile lobo sarebbe da ritenere un regresso tanto marcato nella scala animale "da rendere l'uomo in cui si verificasse, più mostruoso d'un uomo che offrisse due corna o un braccio di coda. Perocché il lobo medio del cervelletto è già scomparso nelle scimmie superiori, e bisogna discendere, per trovarlo così sviluppato, come si suppone lo fosse nel Villella, fino ai rosicanti" (158). Ed ancora, dopo aver ricordato la frequenza dell'anomalia descritta da Lombroso, invita a diffidare del vecchio assioma dei seguaci di Gall secondo i quali "il cranio si modella sull'encefalo. Questo assioma è infido" - insiste Verga - "e non può essere applicato per nessun conto alla parte mediana longitudinale del cranio, ove del cervello e del cervelletto non corrisponde che la scissura che divide l'uno e l'altro in due metà" (159).

Le strade di Verga si incrociano con quelle dell'"ottimo amico, prof. Cesare Lombroso" anche a proposito di Lazzaretti. In questo caso, tuttavia, i due studiosi sono più vicini, per quanto Verga non trascuri di rilevare che Lombroso, per interpretare la vicenda di Lazzaretti nel suo insieme, aveva proposto una diagnosi psicopatologica ma senza "gli elementi ad una piena dimostrazione". Per Lazzaretti, Verga suggerisce la diagnosi di frenosi sensoria, una malattia mentale caratterizzata dalla presenza delle allucinazioni. E l'allucinazione è "una sensazione non percepita ma concepita; una sensazione che avviene nel nostro cervello... eppure così viva da confondersi colle sensazioni dipendenti da cause ordinarie". Lazzaretti è, insomma, un allucinato che trascina nella propria delirante setta religiosa, accanto all'amatissima moglie, un gran numero di fedeli vissuti in un mondo arcaico ed isolato, esposto per "selvatichezza" a "soffi da medioevo". Il mancato riconoscimento di un disturbo psichico e la superficiale valutazione della cultura dove Lazzaretti opera hanno così trasformato una banale commedia in una tragedia con feriti e morti fra i quali lo stesso Lazzaretti che guidava una processione, non autorizzata, scontratasi con un delegato di pubblica sicurezza, otto carabinieri e due guardie comunali. Verga commenta che una processione religiosa illecita o viene impedita per tempo o si lascia correre (160).

Nel pensiero di Verga, che muove in un contesto dottrinale assai diverso da quello lombrosiano, il compito dello psichiatra di fronte al delitto è quello di riconoscere l'eventuale presenza di un disturbo mentale e di rapportarlo alla cultura dove si manifesta per poter poi valutarne il corretto significato nella dinamica criminosa. Non si tratta di un compito facile. Non sempre è infatti ben riconoscibile lo spessore degli abnormi psichici, tanto più che "il matto del volgo non è il matto della scienza". Particolari difficoltà presentano poi quei casi dal pesante gentilizio che, senza sintomi dalla grossolana evidenza, sono connotati dall'incapacità di dominare l'urgere delle passioni e l'urto delle avversità (161).

L'orizzonte della psicopatologia è, insomma, sfumato ed incerto nonostante gli insistenti rimandi al mondo concreto ed oggettivo della neurologia che, dall'ultimo quarto del secolo scorso, orienta non solo la medicina mentale ma, in larga parte, tutta la medicina. Nella stessa antropologia criminale - come si è già ricordato - l'attenzione per l'epilessia, disturbo squisitamente neurologico, problematizza e modifica le originarie posizioni lombrosiane che diventano più funzionali alla stessa psichiatria. Fra gli psichiatri è Roncoroni (162) il più vicino all'organizzazione del sapere proposta dall'antropologia criminale rinnovata e il più fedele alla citazione lombrosiana.

La forza della neurologia non si avverte solo in branche specialistiche come la psichiatria e la criminologia, con cui è in consolidato ed inevitabile rapporto, ma anche nella stessa medicina generale con l'avvento delle moderne teorie costituzionali. Dopo il periodo ottocentesco caratterizzato dal localismo anatomopatologico, la clinica infatti si rinnova proprio all'insegna del costituzionalismo che, avvicinabile sul piano teoretico all'antica dottrina umorale dei temperamenti, propone una visione unitaria dell'uomo dapprima grazie alla valorizzazione del sistema nervoso e, in secondo tempo, grazie anche al ruolo riconosciuto alle ghiandole endocrine che armonizzano e coordinano il funzionamento dei vari organi. De Giovanni, Viola e Pende (163) sono i cultori più significativi, per quanto interessa l'Italia, di questo indirizzo antropologicamente suggestivo. Il fondatore della scuola italiana è Achille De Giovanni che attribuisce proprio al sistema nervoso, al simpatico in particolare, il compito di improntare la costituzione individuale: uno stato dell'organismo che permette di istituire una certa correlazione fra caratteristiche somatiche e caratteristiche psicologiche. Nel riferimento alla costituzione la psichiatria trova un nuovo polo di convergenza e di confronto con l'antropologia criminale, soprattutto là dove si parlerà, con interesse sempre più ampio e diffuso, di immoralità costituzionale. La psichiatria, per quanto segua metodi ed itinerari sostanzialmente autonomi, sembra insomma incapace di prendere le distanze dalla criminologia anche quando il confronto fra le due discipline non di rado si limita al dissenso e alla banale polemica.

Lo stesso Ernesto Lugaro, ad esempio, nell'acuto e ancor oggi fresco saggio su I problemi odierni della psichiatria, edito verso i primi anni del 900, mentre affronta le principali questioni del momento guarda con insistita attenzione ai temi, teorici e pratici, che ruotano intorno alla criminalità pur dichiarando obsolete le dottrine psicopatologiche ispirate alla degenerazione. In breve, parla di pregiudizio antropologico per dire di quelle ipotesi che vedono nella pazzia un'involuzione atavica che invita ad assimilare il pazzo al fanciullo, al selvaggio ed allo stesso delinquente, mentre un semplice malato non può essere paragonato con organismi inferiori o non ancora pienamente sviluppati, ma sani. Interpretare la delinquenza come ritorno atavico vuol dire calunniare le bestie. E' infatti un errore, insiste Lugaro, voler cercare nel delinquente una varietà antropologica ed altrettanto erronea è la raccolta di quei segni somatici sui quali si fonda la singolare semeiotica dell'antropologia criminale; tanto più che si deve prendere atto della "mancanza di correlazioni necessarie tra questi fatti particolari, localizzati fuor del cervello, e le funzioni cerebrali". Del resto, "se anche l'antropologia criminale ci fornisse effettivamente tutti i connotati biologici del criminale, non ci dimostrerebbe ancora il minuto meccanismo di determinazione psicologica che porta al delitto".

Piuttosto è opportuno che la psichiatria si integri quanto prima con la clinica generale intendendo i vari disturbi mentali come autentiche manifestazioni patologiche da studiare con i metodi della neurofisiologia e della neuropatologia, anche se si deve riconoscere che non è possibile andare oltre la costruzione di un semplice parallelismo fra certi processi organici cerebrali e certi stati di coscienza.

Per una corretta organizzazione del campo del sapere va poi operata una distinzione fra malattia e anomalia. La malattia è un processo biologico abnorme dovuto ad agenti esterni, per quanto favorito dalla predisposizione interna. L'anomalia è invece uno "stato" dell'organismo al quale corrisponde un'aberrazione funzionale. La distinzione è di grande interesse in psicopatologia e nell'interpretazione delle dinamiche criminali. "Nel pazzo propriamente detto" si è infatti verificato, avverte Lugaro, "un cambiamento interno che ha favorito o determinato l'atto criminoso, mentre nell'anomalo per costituzione non è avvenuto alcun cambiamento e il delitto è per esso come le azioni degli individui normali, un'estrinsecazione del suo modo normale di reagire". L'individuazione di queste anomalie mentali appare comunque assai problematica in quanto fra i vari sintomi psichici da considerare al proposito quello "più importante è naturalmente... il delitto".

Le asperità dottrinali che insistentemente affiorano nello studio del rapporto fra psicopatologia e criminalità sono aggravate dalla diversità di linguaggio, fra naturalisti e giuristi, che non agevola una elaborazione articolata e chiaramente condivisa dei progetti preventivi e terapeutici. Per Lugaro, ad ogni modo, ai malati di mente incorsi, senza capacità d'intendere, in comportamenti delinquenziali si deve riservare lo stesso trattamento che compete ad ogni altro malato. Per quanti invece sono stati spinti al delitto da influenze ambientali, da difetto dell'organizzazione sociale, la severità non deve essere eccessiva: bisogna, piuttosto, promuovere l'istruzione, lottare contro la disoccupazione, proteggere l'infanzia abbandonata, "rendere più snodabili i vincoli familiari". Più difficile, infine, resta l'elaborazione di un adeguato progetto per i criminali anomali. Lugaro sa bene che non esiste "alcun mezzo per instituire una diagnosi certa d'immoralità costituzionale a scopo preventivo. L'immoralità costituzionale non si documenta che col delitto". Ma anche di fronte alle situazioni più ripugnanti che suggeriscono di pensare alla pena di morte ogni soluzione radicale è da respingere considerando "l'utile ben più grande che scaturisce da un atto di generosità e dall'esempio del rispetto incondizionato della vita umana" (164).

L'immoralità costituzionale costituisce insomma un motivo nodale ed enigmatico nel rapporto fra psichiatria e criminologia. Non si tratta, nel disegno di Lugaro, di una malattia ma di una anomalia costituzionale dove per costituzione si intende una condizione organica predisponente, sostanzialmente inafferrabile prima del delitto la cui dinamica risponde, peraltro, a motivazioni psicologiche investendo, fatalmente, il mondo umano dei valori.

All'immoralità costituzionale è riservato un ampio capitolo sia nel classico Trattato delle malattie mentali di Eugenio Tanzi che nell'edizione della stessa opera elaborata in collaborazione con Lugaro (165). In questo manuale, che costituisce una pietra miliare della letteratura psichiatrica italiana, si ritiene sterile ogni dibattito in merito al libero arbitrio; si valorizza il criterio etico nella diagnosi di immoralità costituzionale; si ricorda che il compito e la competenza dello psichiatra non trascendono l'ambito proprio della medicina e non possono sostituirsi a quanto spetta alle leggi. Tanzi e Lugaro sono pertanto su posizioni lontane da quelle lombrosiane ma sul piano operativo devono ugualmente confrontarsi con le proposte ed i progetti maturati nell'ambito dell'antropologia criminale che si mantiene altamente suggestiva nell'opinione pubblica e cogente a livello giuridico ed amministrativo proprio quando ha perso terreno sul piano scientifico. In effetti, le proposte che, in tema di immoralità costituzionale, elaborano psichiatri come Tanzi, Lugaro e De Sanctis sono trascinate dai protocolli operativi dell'antropologia criminale con cui è indispensabile il confronto, sia per esprimere qualche consenso sia per affermare il dissenso. I progetti preventivi e le risposte istituzionali sono al centro del dibattito.

In tema di prevenzione non mancano le contraddizioni. Perplessità e riserve affiorano quanto prima proprio in margine ai provvedimenti profilattici radicali come il neo-malthusiasismo e la sterilizzazione dei degenerati che, dopo essere stata approvata negli Stati Uniti, diventa oggetto di dibattito, anche in Italia, all'ombra dell'ermeneutica biologica della criminalità. Sante De Sanctis, un pioniere della neuropsichiatria infantile, pur rifiutando la "sterilizzazione dei degenerati" guarda con interesse al provvedimento in parola che vorrebbe "semplice, incruento, non doloroso" (166). E pur tuttavia si deve proprio a De Sanctis un profondo ed ininterrotto impegno nella lotta alla delinquenza minorile che colloca assai modernamente nell'ampio contesto delle trasformazioni culturali in atto. De Sanctis, del resto, è impegnato anche nell'opera di diffusione della psicoanalisi, valorizzando pertanto un approccio che riflette sull'esistenza ed ha con il corpo un rapporto eminentemente metaforico (167).

In effetti, lo sviluppo recente dell'endocrinologia, mentre fornisce un moderno supporto dottrinale alla pratica della castrazione, sembra invitare ad un'operatività non propriamente cauta. La questione non sfugge a Tanzi e Lugaro attenti alle conseguenze degli interventi chirurgici sui testicoli ma anche a livello della tiroide. Questi autori sanno bene "che la castrazione nell'adulto non porta affatto la desiderata mansuetudine, non cancella neppure le immagini sessuali, e provoca talvolta crisi d'irrequietezza angosciosa"; in una cultura che considera "l'integrità dei testicoli come il più prezioso dei beni" vi è invece il pericolo che l'intervento di sterilizzazione possa suscitare sentimenti di "odio inestinguibile contro la società". Più apprezzati, in qualche caso di impulsività, sembrano invece modesti interventi sulla tiroide non tanto per "trasfondere nell'immorale impulsivo l'etica che gli manca" ma per frenare l'impulsività (168).

Innanzi all'enigma doloroso dell'immoralità costituzionale Tanzi e Lugaro non si fanno grandi illusioni. Se contestano la terapia del sangue sono altrettanto perplessi in merito alla capacità di redenzione delle case di correzione. Guardano invece con fiducia al ruolo positivo che può svolgere l'ambiente familiare. Tanzi e Lugaro sono poi su posizioni alternative rispetto a quelle suggerite dall'antropologia lombrosiana per quanto concerne la risposta istituzionale in tema di psicopatologia e criminalità.

Al proposito va rilevato come il manicomio e il manicomio criminale, le grandi istituzioni che sorgono fra 800 e 900, rispondano alle esigenze dottrinali dell'antropologia lombrosiana che postula la negazione del libero arbitrio ed assimila, all'insegna della degenerazione atavica, malati di mente e delinquenti; le istituzioni in parola servono infatti a proteggere la società, da una parte, ed a sottrarre alla pena, dall'altra, malati di mente e delinquenti. Il manicomio criminale, in altre parole, esprime l'attuazione concreta di quegli indirizzi biologici ottocenteschi che, ancorati al concetto di degenerazione, perdono sempre più consenso in ambito scientifico lungo il 900 proprio dopo aver vinto la propria battaglia istituzionale con l'avvento degli stabilimenti di Reggio Emilia, Aversa etc. (169). Ma ogni dissenso, si sa, sorge sempre al tramonto. In effetti, un limite palese del manicomio criminale, che dovrebbe essere uno spazio sanitario e ad un tempo di sicurezza sociale, traspare dall'ambiguità della relazione speculare che scandisce l'incontro quotidiano fra chi è malato/criminale e chi è infermiere/agente di custodia; una relazione con modeste vie d'uscita dove un ruolo oscura l'altro. Tanzi e Lugaro, ad ogni modo, contestano queste istituzioni per la gestione dell'immoralità costituzionale; ritenendo sterile ogni riferimento alla mancanza di libero arbitrio ed escludendo la malattia nel concetto di immoralità costituzionale non vi sono, in concreto, motivazioni che giustifichino una soluzione istituzionale di tipo ospedaliero. I delinquenti per immoralità costituzionale, secondo Tanzi e Lugaro, devono essere trattati come ogni delinquente ordinario ed è inopportuno accoglierli "negli ospedali di alienati, dove portano il disordine: lupi in mezzo alle pecore, veggenti in mezzo ai ciechi, anomali in mezzo ai malati" (170).

Tanzi e Lugaro, d'altra parte, auspicano un ospedale psichiatrico che sia veramente un luogo di cura: al servizio della clinica e non della sicurezza sociale. Ma l'assetto della psichiatria istituzionale risentirà invece di forti cogenze medico-legali; dopo la legge del 1904 sui manicomi e sugli alienati, gli ospedali psichiatrici sono infatti deputati ad accogliere i pazienti in base al criterio della pericolosità sociale, piuttosto che in base ad esclusive motivazioni cliniche. L'art. 1 della legge 14 febbraio 1904 sui manicomi e sugli alienati recita infatti: "Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri etc.". Lo psichiatra diventa pertanto, quasi fatalmente, un medico legale, un esperto di psicopatologia a potenzialità criminale; il compito del perito sembra prevalere su quello del terapeuta. Non a caso gli alienisti più rappresentativi del primo 900 discutono accesamente sul senso della perizia testimoniando ancora una volta le difficoltà storiche e concrete della psichiatria a non debordare dal proprio contesto clinico.

Tanzi, autore di un pionieristico trattato di psichiatria forense, intende mettere il sapere della psichiatria a disposizione delle esigenze giuridiche e della pratica peritale. La perizia psichiatrica, scrive Tanzi, è un'indagine sul profilo mentale di un soggetto per coglierne lo stato di coscienza e il margine di libertà; preceduta dalle indagini anamnestiche più accurate, senza confondere ereditarietà e degenerazione, la perizia si articola nei classici momenti dell'esame psichico. La diagnosi che scaturisce dall'esame psichico non è però da ritenere sufficiente, in quanto tale, ai fini medico legali dove piuttosto interessa conoscere lo "stato mentale del reo durante il fatto incriminato". Una diagnosi di stato, in ambito peritale, può essere pertanto più utile di una diagnosi clinico-nosografica quando, elaborata sulla base di sintomi rilevati al di fuori del momento del delitto, ha in questo caso un modesto valore indiziario. Tanzi, che muove in un ambito dottrinale critico ed aggiornato, considera il possibile ricorso ai test mentali e guarda anche alla recente teoria di Freud. Per quanto concerne l'uso dei test ritiene però che non permettano di cogliere le manifestazioni psichiche più complesse. Tanzi, sostanzialmente ancorato alla psicopatologia descrittiva, è critico anche nei confronti della emergente teoria freudiana che postula complessi affettivi inconsci che sarebbero in grado di provocare i turbamenti psichici più diversi (171).

La perizia, luogo d'incontro elettivo fra psicopatologia e criminologia, fa sempre più parte della pratica quotidiana dello psichiatra. Se ne occupa anche Leonardo Bianchi per ricordare la dimensione empirica della pratica peritale tormentata dalla difficoltà di coniugare la pagina del codice con le regole scientifiche; e le difficoltà sembrano aumentate in un momento in cui la psicoanalisi potrebbe agevolmente permettere di trovare qualche disturbo anche in persone dal buon adattamento sociale (172).

La psichiatria, ad ogni modo, fino a tutti gli anni '50, sia pure fra difficoltà e qualche polemica, non esce dall'assetto organizzativo del primo 900 mantenendo marcate connotazioni neurologizzanti tanto che non si parla più di medicina mentale, come ai tempi di Tanzi e Lugaro, ma di neuropsichiatria: è l'effetto alone indotto dall'avvento dell'elettroencefalografia, della neuroradiologia, della terapia elettroconvulsivante, della psicochirurgia.

Un noto saggio di Catalano Nobili e Cerquetelli sulle personalità psicopatiche ed il monumentale trattato di Ferrio di psichiatria clinica e forense sono esemplari per testimoniare il rapporto che è andato ormai maturando fra psichiatria e criminologia. Un punto d'arrivo prima dei mutamenti degli ultimi decenni. Questi saggi tuttavia, con i ripetuti riferimenti a Kretschmer e a Schneider, annunciano qualche bisogno di rinnovamento che si realizzerà proprio con la penetrazione della psicopatologia tedesca nella cultura italiana.

Kretschmer (173) elabora una dottrina costituzionale più funzionale alle esigenze della psichiatria rispetto alle classiche teorie italiane. In particolare, propone un orientamento temperamentale ciclotimico, affettivamente ricco e sintono con l'ambiente, nei brachitipi; nei longitipi descrive invece un temperamento schizotimico, freddo e talora brutale, che dietro la maschera dell'imperturbabilità può peraltro celare, in qualche caso, grandi ricchezze. L'interesse di Kretschmer per la criminologia affiora nelle ultime edizioni del suo noto trattato che ha per oggetto la sintonia fra costituzione somatica ed orientamento caratterologico.

A Schneider (174) compete una moderna e rinnovata sistematica clinica delle anormalità psichiche intese sia come sequele di malattia e di malformazione, sia come semplici varianti abnormi dell'essere psichico che, accanto ad altre varianti psicologiche, comprendono le personalità abnormi. Fra le personalità abnormi, in base a criteri descrittivi, sono poi incluse le personalità psicopatiche. Sono tali, secondo Schneider, quelle personalità abnormi che per la loro abnormità soffrono o fanno soffrire gli altri. Fra queste figure umane, la cui abnormità non va intesa come sequela di malattia o di malformazione, Schneider include poi quelle personalità fanatiche o fredde che sono oggetto di particolare attenzione in ambito criminologico.

Il concetto di personalità psicopatica richiama vagamente, sul piano descrittivo, sia la delinquenza atavica di lombrosiana memoria che l'immoralità costituzionale. Il delinquente nato, tuttavia, è tale, con le sue stigmate, per intrinseche motivazioni biologiche. Più vicina alla classificazione di Schneider è piuttosto l'immoralità costituzionale che è intesa come un'anomalia comportamentale in riferimento ai criteri etici comunemente condivisi.

Il citato studio di Catalano Nobili e Cerquetelli (175) sulle personalità psicopatiche, una questione fondamentale in criminologia, per quanto attento al pensiero di Kretschmer e di Schneider pare peraltro più vicino alla tradizione epistemologica e scientifica della medicina italiana. Catalano Nobili e Cerquetelli intendono trattare l'argomento senza abbandonare l'"obbiettiva positività" della medicina, rinunciando "a qualsiasi sconfinamento filosofico, metafisico, sociologico, etico o moralistico"; e non si vede, proprio, come sia possibile un tale progetto. La personalità è poi intesa, con Viola, come una speciale combinazione di caratteri psichici e fisici che rimanda ad una particolare costituzione. Fra i disturbi di personalità sono descritti gli psicopatici crudeli che, con la caratteristica anestesia morale, costituiscono un vero pericolo sociale. Viene rilevato che queste figure sono già state descritte da Kraepelin e da Schneider.

Anche Ferrio (176), come Catalano Nobili e Cerquetelli, è forse più volto al passato che al futuro; più impegnato nella sintesi esauriente di ciò che è noto, che nell'apertura di nuove prospettive. Ferrio insiste sui fondamenti biologici della psicologia e della patologia mentale. Riserva ampio spazio alla trattazione delle psicosi su base organica evidente. Valorizza, per il lavoro del perito, la diagnostica strumentale ma anche i test. E' attento alla psicodinamica con qualche modesta allusione al pensiero di Freud. Pone mente all'ereditarietà ricordando che, fra l'altro, si discute anche in merito alla possibile ereditarietà di alcune forme di personalità psicopatica. In sintesi, non vi è molto di nuovo; una nota di qualche interesse è però rappresentata proprio dal capitolo dedicato alle personalità psicopatiche avendo ben presenti i contributi di Kretschmer e di Schneider, ormai noti a tanti studiosi italiani.



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