 Mente, cervello, persona di Andrea Angelozzi (Padova) In realtà i modelli identitisti hanno evidenziato limiti profondi. Non ci occuperemo in questa sede dei limiti storici, o logici. Esiste poi una vasta letteratura sulle difficoltà insite nello stesso concetto di identità, che fa affermare che, per quanto apriamo una scatola cranica, non per questo siamo più vicini alle idee o, come nota Malcom che "un cervello non assomiglia abbastanza ad un essere umano". In modo analogo si è sostenuta con vigore la specificità delle proprietà del mentale e della loro irriducibilità a norme fisiche. Basti accennare alle nostre descrizioni, in cui possiamo dire che c'è una "chiarezza" o "confusione" nelle idee, che una determinata credenza può essere "falsa" o "assurda", senza che nessuna di queste qualità può essere attribuita ad un oggetto fisico o biochimico; e viceversa non possiamo certo attribuire caratteristiche spaziali ad eventi mentali. Come esistono infine fondate critiche al carattere profondamente limitato delle prove portate dai sostenitori della teoria riduzionista della identità mente corpo. Ma è soprattutto la natura stessa della mente che solleva problemi. Quanti di noi sono poi disposti veramente a riconoscere la propria mente, la propria personalità, nel modello impersonale, fattualizzato ed imprigionato nel cranio di cui parlano gli identitisti? Essa è anche questo, ma non è certo solo questo. Non posso rispecchiare il mio essere e la mia interiorità nella somma dei miei eventi mentali e non vi riconosco la mia identità. La mente come un luogo di fatti oggettivati, che sembrano esistere di per sè, da estrarre e studiare nella loro astrattezza e tipicità, non mi dice nulla su chi io sia. Nel tentativo di avvicinarsi maggiormente a quello che noi ordinariamente consideriamo "il mentale", taluni lo hanno indicato non tanto nelle sensazioni o nei comportamenti, quanto nei cosiddetti atti psichici "intenzionali": ad esempio credere, desiderare, volere. Più vicini a ciò che riconosciamo come "mentale", vi è nella loro natura un necessario duplice riferimento, che porta tuttavia al di fuori del cervello e non accetta di essere ridotto in sinapsi. Anche se, infatti, nel momento in cui si attua un atto intenzionale, ad esempio una credenza, si attivano determinati circuiti, - come nota Sergio Moravia - "è anche vero che nei circuito non vedrò la credenza, vedrò il meccanismo che la supporta, non il che cosa o il perché e se sia giusto. Non è dunque questi circuiti, né emerge da essi. Di fatto non esiste una credenza senza un qualcosa ed un perché". E' evidente il riferimento ad Husserl quando si riferisce alla coscienza, mai come coscienza in sè (che rappresenta invece un privilegio proprio della mistica) ma sempre come intenzionalità, e cioè coscienza di qualche "cosa". Questo tuttavia è spesso al di fuori di noi, appartiene talvolta alla cultura, agli aspetti sociali, alla scienza, spesso non è una "cosa", nel senso che non ha esistenza materiale, ma non per questo è meno reale. Emerge la nozione di "contesto" per cui un comportamento non può prescindere da specifiche situazioni che gli conferiscono quella esistenza e quel significato. Ma vi sono anche altre tensioni nella intenzionalità e nel mentale che chiedono una ulteriorità difficilmente incarnata dalle cellule cerebrali: è il necessario riferimento al soggetto dell'esperienza stessa, per il quale l'atto psichico assume specificità e significato. Cito ancora Moravia: "Pratichiamo il mentale quando ci mettiamo, come uomini e come soggetti, a sentire i sentimenti, a pensare i pensieri, a progettare i progetti, ad accorgerci che esitiamo". Vi è un qualcosa di "altro" ed "al di là", per cui la struttura ed il substrato dei miei eventi mentali di fatto non dice nulla di come io li esperisca. Anche se traduco il dolore nelle afferenze delle fibre C, questo non mi dice nulla sulla mia esperienza di quel dolore. La sensazione del dolore è comunque qualcosa di non pienamente identificabile con il mio dolore che io sento. Viene in mente Pessoa: "Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente". E' riportare il mentale al concetto di "persona" e alla centralità del soggetto che esperisce, in un incontro fra importanti approcci della logica dell'identità e del mentale, e aspetti della fenomenologia e dell'esistenzialismo. Non più dunque una mente come luogo di eventi oggettivi, che rischiano di diventare strutture vuote, ma come descrizione linguistica di esperienze che acquisiscono il loro significato attraverso chi le sperimenta. La melanconia, la personalità borderline, diventa priva di senso senza qualcuno che la viva, alla stessa stregua in cui Kurt Baier dubitava che esistesse un dolore senza proprietario e che avesse senso occuparsi del dolore senza una persona che soffre. Questo soggetto che esperisce rimanda in primo luogo al particolare e all'individuale. Mentre nelle scienze fisiche troviamo regole generali ed oggettive, la specifica natura dell'esperienza del mentale non può prescindere dal soggetto individuale e dal particolare, da realtà soggettive intrinsecamente irriducibili a rigide leggi. E' ovvio il pensiero a Dilthey e Binswanger, e in particolare alla distinzione in Jaspers fra spiegazione scientifica ed il comprendere. Jaspers sottolinea come non esista personalità senza coscienza di sè stessa, non intesa quale sentimento astratto dell'Io che accompagna tutti i processi psichici, ma sentimento dell'Io cosciente si sè stesso, come di un Io particolare nella sua storicità. La personalità è solo nella totalità dei valori di un individuo, nella totalità dei rapporti comprensibili della sua vita psichica, della quale i singoli eventi mentali sono frammenti isolati ed, appunto, impersonali. La mia personalità, normale o patologica che sia, è un mio modo particolare di essere, di vivere determinati eventi della mia soggettività e della mia storia, svelando come i fenomeni psichici non siano solo fenomeni del mentale, ma "espressioni dell'uomo", che assumono significato molto più nella biografia che non nella neurofisiologia cerebrale. Le strutture teoriche ed i criteri generali, le sinapsi e gli innegabili substrati biologici, vengono ricondotti a trame tutt'altro che strettamente determinanti. Senza potere esaurire la interezza dell'essere umano acquistano un pieno valore solo se rimandano ad altro, a determinanti storiche, relazionali, culturali legate a contesti specifiche e strettamente personali. Non a caso tutta l'opera patografica di Jaspers sottolinea costantemente il modo del tutto particolare con cui Van Gogh, Nietzsche, Strindberg e le altre personalità prese in esame altri vivono il loro modo di essere e la loro stessa malattia. Gli aspetti astratti della mente passano sullo sfondo rispetto all'uomo in quanto soggetto dei propri eventi mentali, in quanto individualità che riflette sulla propria mente e che filtra questo riflesso alla luce della propria storia particolare, delle proprie scelte soggettive, del proprio specifico contesto di significati. Vi è quella che Moravia chiama la dimensione irriducibilmente soggettiva della esperienza: il soggetto esistenziale dell'uomo persona come essere calato nel mondo. Per quanto possa essere oggettivo il "pensare a Vienna", per ciascuno di noi è una cosa completamente diversa. Questi aspetti irriducibili autorizzano più universi linguistici autonomi, ciascuno con i propri oggetti e le proprie regole, nel cui ambito il tentativo di riduzione al linguaggio fisicalista appare una scelta ideologica che confonde la realtà con la materialità e trascura la esistenza di aspetti quali il contesto, l'aspetto interpersonale, la cultura, la biografia, che, pur non essendo "cosali", pur non dipendendo da leggi, non per questo vanno considerati irreali. Gli eventi del mentale sfuggono così alle leggi e trovano invece qualcosa di loro specifico: le loro ragioni. Sfuggono alla semplificazione dei modelli della fisica, reclamando il diritto alla loro propria complessità. Persona come essere calato nel mondo ed essere stati, aperti alla conoscenza che nasce dalla comprensione; ma anche come possibilità, come libertà, oltre spiegazioni e comprensioni. La libertà ricorda Jaspers non è un oggetto per l'indagine, ma un limite, oltre il quale rimane solo l'accompagnare l'altro come compagni di destino. La particolarità, la mia individualità, la scelta è l'espressione cui mi richiama la polarità fra me e il mio mentale. Al di là della "depressione", il mio atteggiamento di fronte a questo mio modo di essere è una cosa del tutto personale e individuale e porta nella mia "depressione" caratteristiche uniche. La consapevolezza di come io percepisco e vivo il mio mondo, me stesso ed il mio stesso percepirmi, contribuisce in modo determinante al valore delle mie descrizioni del mondo e di me stesso. Del riduzionismo riconducibile a puri eventi mentale rimane ben poco in questo universo che vede una esistenza specifica con il suo contesto, le sue ragioni e suoi valori, non identificandosi con il pensiero, la azione o il sentimento, ma con chi pensa, agisce o soffre. In questo rapporto fra la mia consapevolezza da una parte ed il mio essere ed il mio mondo mentale dall'altro, si colgono polarità infinite in cui non vi sono solo funzioni oggettive della mente, ma vi è proprio osservarle, la propria consapevolezza ed il proprio continuo autotrascendersi. Osservatori di fronte al nostro mentale, con anche di fronte al nostro corpo, senza poterci identificare con essi né tanto meno con il cervello, ci apriamo agli infiniti livelli che si creano fra i pensieri e colui che li pensa, fra il proprio modo di essere e come lo si vive. Viene ancora in mente Pessoa: "Mio Dio, mio Dio, a chi assisto? Quanti sono io? Chi è io? Cos'è quest'intervallo che c'è tra me e me?". Questa coscienza autoriflessiva si pone di fronte a quel che rimane dei "fatti" del mentale, distruggendo ogni residuo riduzionismo biologistico. Nel rincorrersi delle consapevolezze emergono entità separate che possono perfino nutrire emozioni opposte. Posso essere triste e compiacermi della mia tristezza, così come posso spaventarmi per un improvviso senso di quiete interiore, o disperarmi perché non provo più nulla. Partiti dalla dualità con cui noi osserviamo la nostra mente, assistiamo ben presto ad una vera moltitudine: in un trascendersi infinito, vi è il mio modo di essere e di pensare, vi è il mio osservarli, vi è l'osservare tale osservazione. Realizziamo cioè quanto già diceva Plotino: "La mente nella sua totalità è una, ma appena cerca di osservarsi, si fa molteplice". Le nosologie psichiatriche e gli identitismi "neurofisiologici" segnano il loro limite nel mio pormi di fronte a me stesso, nel mio cogliere, osservare e vivere il mio modo di essere. Ricordava Moravia che: "L'esistenza vissuta ha bisogno di consapevolezza più che di esattezza". (torna alla pagina precedente)  
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