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QUATTRO PASSI AL FESTIVAL DELLA LETTERATURA, MANTOVA 2003.............

 

 

Esiste un’altra Italia.

E’ quella che si riesce, sempre piu’ sporadicamente, ad incontrare in certe ghiotte occasioni; e’ quella di cui i media parlano poco, ma che gli appassionati seguono forse sempre piu’ numerosi, e’ quella che non ha orrore della cultura e non si adagia sul contesto dato.

Una di queste occasioni e’ il Festival della letteratura di Mantova, che quest’ anno e’ stato anticipato di una settimana e si e’ tenuto dal 3 al 7 Settembre (e-mail: filofestival@festivaletteratura.it attraverso cui ci si puo’ iscrivere e diventare soci).

Mantova diventa, per quattro giorni, la sontuosa ed insieme raccolta cornice di uno squisito salotto letterario; dalle nove del mattino alla tarda serata si susseguono incontri con autori, in genere presentati da un giornalista, autori conosciuti, alcuni di nicchia, alcuni universalmente famosi (quali Ian Mc Ewan nella scorsa edizione, e Jonathan Frazen in questa, solo per fare qualche esempio). La letteratura e’ una magia, a mio modo di sentire, che non ha bisogno di grandi strutture per essere accolta, non ha bisogno di effetti speciali, ha solo bisogno di una mente che la recepisca (o di piu’ menti), la introduca dentro di se’ e la dipani internamente, lasciando che il materiale faccia il suo viaggio interiore e sedimenti, sapendo che, prima o poi, quello che abbiamo letto diventa parte di noi e puo’ anche, sottilmente, innescare il germe per un cambiamento.

La partecipazione ad un Festival, naturalmente, non produce tutto questo, e’ solo il salotto intelligente dove mi sono divertita ad immaginare tutte queste menti in cui entrano parole, immagini, esperienze, racconti, rime poetiche, che prenderanno in ciascuno un percorso immaginativo diverso, unico e personale.

Il programma era ricchissimo e tralascio, per ragioni di spazio, di soffermarmi sugli eventi di maggiore richiamo, quali: Dacia Maraini e Piera degli Esposti; il gia’ menzionato Frazen, autore delle famose "Confessioni" e icona di una nuova generazione di intellettuali newyorkesi; il cubano Juan Pedro Gutierriez, che trascina nei suoi libri L’Avana pulsante e colorata che lui stesso abita; l’inglese Tobias Jones e il suo "Lato oscuro dell’Italia" di prossima uscita per Rizzoli; David Grossman e Joseph O’Connor; gli italiani Erri de Luca, Stefano Benni e il regista Giordana, e molti altri ancora.

Mi soffermero’ invece su due spunti, uno di matrice filosofica e l’altro psicoanalitica, sia perche’ entrambi hanno avuto per protagoniste due donne, sia perche’ piu’ vicini agli interessi e alla professionalita’ dei nostri lettori.

Parlo di Luisa Muraro, per la filosofia, e di Janine Chasseguet-Smirgel per la psicoanalisi.

Luisa Muraro, veronese, e’ studiosa di filosofia che da sempre si occupa del cosiddetto ‘pensiero della differenza sessuale’, o ‘femminismo della differenza’, filone derivato, possiamo dire, dal femminismo delle origini che ebbe una delle sue principali esponenti in Luce Irigarary (introdotta in Italia e tradotta proprio dalla Muraro). Dopo avere fatto parte del gruppo "Demau", dette vita alla famosa "Libreria delle donne di Milano’ negli anni ’70, per approdare negli anni ’80 alla comunita’ filosofica "Diotima", di Verona.

Per chi desideri approfondire, segnalo, tra le sue opere, "La signora del gioco" (Feltrinelli, 1975), "L’ordine simbolico della madre" (Editori Riuniti, 1991), "La folla nel cuore" (Pratiche, 2000) e "Le amiche di Dio" (D’Auria, 2001). Per i lavori di "Diotima": "Il pensiero della differenza sessuale" (La Tartaruga, 1987) e "Il profumo della maestra" (Liguori, 1999).

 

Della Muraro (di cui sono purtroppo riuscita ad ascoltare molto poco, ma per la cui conoscenza si rimanda alla citata bibliografia) ho raccolto un pensiero iche mi pare sintetizzi il pensiero della differenza, e che traduco piu’ o meno cosi’: noi non siamo completi, diventiamo completi (cioe’, ci completiamo) solo attraverso la relazione con l’Altro, uomo o donna che sia. Pensiero della differenza sta dunque a significare non promozione della differenza in quanto separatezza irrimediabile e lacerante, ma differenza in quanto presa di coscienza (che evoca il mito Platonico, potremo dire) del fatto che "noi abbiamo bisogno degli altri" per la comprensione del mondo e dell’Altro-da-Se’, poiche’ il modo di esperire nei due sessi la realta’ del mondo e’ fondamentalmente diversa.

In quanto donna — dice la Muraro — io non posso capire l’Altro, che e’ uomo, cioe’ e’ diverso da me; posso solo capire la realta’ dell’Altro attraverso la relazione con lui, che mi porta la sua alterita’, il suo essere uomo mentre io sono donna. Io ho, dunque, bisogno della sua alterita’: Lo stesso, naturalmente, vale per l’uomo, che non puo’ capire me in quanto donna e quindi Altro da lui, ma attraverso la relazione con me accede, possiamo dire, a cio’ che io sono. Lui ha, dunque, bisogno della mia alterita’.

La semplificazione qui esposta temo non renda la complessita’ dell’idea; ma ne vuole costituire soltanto l’invito all’approfondimento.

Janine Chasseguet-Smirgel, notissima psicoanalista parigina, autrice di saggi come "Creativita’ e perversione" e "L’Ideale dell’Io" (entrambi editi in Italia da Cortina), era ospite dell’evento Psicoanalisi e letteratura (va segnalato che il festival riesce, in collaborazione con il Centro per la Cultura Psicoanalitica di Mantova, a realizzare ogni anno un incontro di questo tipo, che ha gia’ visto come ospiti Chianese, Mancia e Antonino Ferro nelle passate edizioni, e mail: cepsicoanaliticamn@virgilio.it).

La Smirgel sta infatti presentando in Italia, e forse per la prima volta proprio a Mantova, il suo prossimo libro, a presto in uscita in Francia, che analizza gli scritti e tenta di fare luce sul mondo interno di tre grandi scrittori contemporanei: Mishima, Pasolini e Foucoult.

Dopo l’11 Settembre — racconta l’Autrice — ha sentito il dovere di porsi delle domande, come cittadina del mondo e come psicoanalista, su quanto era accaduto, e cioe’: cosa spinge un essere umano a diventare kamikaze? Possiamo postulare delle ipotesi sulla strutturazione interna psichica dei personaggi che diventeranno omicidi-suicidi per loro stessa scelta (e non su ordine superiore come era accaduto nella Seconda Guerra Mondiale)?

La letteratura puo’ venirci in aiuto, non avendo noi la possibilita’ di analizzare concretamente queste persone? E se si’, quale letteratura?

L’eccezionalita’ di questi tre scrittori, sottolinea la Smirgel, e il loro straordinario talento ci permettono di utilizzare la loro produzione letteraria per avanzare delle ipotesi (oltre che, naturalmente, per il piacere di andare a leggerli o a rileggerli), che tuttavia hanno solo il valore di ipotesi come sono i tentativi, sempre affascinanti ma parziali, della psicoanalisi applicata.

Non vorrei qui anticipare i contenuti del libro, ne’ esplorare i temi specificamente psicoanalitici (peraltro, solo accennati nel corso dell’evento mantovano), ma piuttosto tornare alla letteratura che qui ci viene proposta per capire strutture psicologiche cosi’ potentemente distruttive e autodistruttive, che hanno cercato la morte o direttamente (il suicidio macabro e spettacolare di Mishima, col ventre squarciato), o indirettamente, facendola mettere in atto da altri (la misera uccisione di Pasolini da parte dei suoi ragazzi di vita); mentre Foucoult, nella sua intimita’, sembra praticasse quotidianamente pratiche sadomasochistiche che lo resero totalmente schiavo.

In questi casi, il genio non sembra davvero andare d’accordo con la felicita’, o perlomeno con la pace interiore.

Dalle biografie di questi personaggi, apprendiamo che Mishima visse tutta la sua infanzia e l’adolescenza da solo con la nonna, in contatto strettissimo e isolato dal resto del mondo, costretto da questa a vestirsi da bambina, privato del riferimento paterno quale accesso "ponte" per la realta’. La crudelta’ minuziosa con cui descrive l’uccisone di un gatto e il suo sventramento, ne Il marinaio cosi’ come in pagine analoghe in Confessioni di una maschera, sono la fotografia di un mondo interno mortalmente deprivato di oggetti buoni, abitato da mostri e fantasmi dove esiste solo la morte sadica, fino all’autoannientamento totale.

Di Pasolini, su cui a Mantova non c’e’ stato piu’ il tempo di soffermarsi, a mio parere si potrebbe scrivere per ore, e forse diremmo cose gia’ dette. Personalmente, ogni volta che torno ai suoi scritti (in particolare le poesie, ma anche i saggi e i romanzi e alcune scene della filmografia) ho come l’immagine interna della prigione di un corpo maledetto dentro cui ragiona una mente squisita.

Pasolini e’ il poeta che, nella bellissima Supplica a mia madre, piu’ di ogni altro ci da’ una lezione psicoanalitica sull’amore impossibile del bimbo maschio per la madre, e sulla voragine che questo amore aprira’ su tutta la vita futura. Rileggiamolo.

E’ difficile dire con parole di figlio/cio’ a cui nel cuore ben poco assomiglio./Tu sei la sola mondo che sa, del mio cuore/cio’ che e’ stato sempre, prima d’ogni altro amore./Per questo devo dirti cio’ che e’ orrendo conoscere:/e’ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./Sei insostituibile. Per questo e’ dannata/alla solitudine la vita che mi hai data./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/ d’amore, dell’amore di corpi senz’anima./ Perche’ l’anima e’ in te, sei tu, ma tu/sei mia madre, e il tuo amore e’ la mia schiavitu’:/ho passato l’infanzia schiavo di questo senso/alto, irremediabile, di un impegno immenso./ …………..

Che dire, d’altro? Il demone e’ piu’ forte della ragione, ma la ragione ci ha lasciato pagine tra le piu’ acute e lungimiranti prodotte dagli intellettuali italiani del dopoguerra.

In Porcile — dice la Smirgel — troviamo scene e disgusti simili a quelli delle pagine di Mishima (se i miei ricordi non mi ingannano possiamo pensare anche a Salo’ e ad alcune pagine di Petrolio, cosi’ come, su un versante meno acutamente corporeo, al degrado morale di Teorema. E cosi’ via).

Le ipotesi psicoanalitiche cui giunge la Smirgel in questo suo nuovo lavoro, le approfondiremo leggendo il libro.

Oltre a questi tre Autori la cui analisi rappresenta l’asse portante del lavoro, vengono menzionati Camus, Margherite Yourcenar, Sartre, De Sade, Dostojeskji in cui molti dei personaggi sono omicidi o suicidi, gravati dalla colpa e dal peccato

Io vorrei ancora aggiungere un’autrice non citata nell’evento, donna, eppure tra le autrici donne una delle meno distanti dalle configurazioni sopra esposte che sono tipicamente maschili (sebbene non, precisa la Smirgel, tipicamente omosessuali ma solo di alcune tipologie omossessuali maschili) a cui forse dedicheremo uno dei prossimi numeri: Patricia Highsmith.

La Highsmith, americana che visse in seguito molto in Europa e grande viaggiatrice, e’ stata una raffinatissima narratrice di macabre trame, vicende in cui l’uomo comune diventa improvvisamente abitato da un demone, anche lui, e si trasforma in assassino proprio di coloro che ha piu’ vicini. Anche la Highsmith, oltre all’orientamento sessuale omofilo (di cui narra in suoi dei suoi primi romanzi uscito sotto pseudonimo, Carol), era vittima di relazioni scabrose e perverse e si lascio’ andare ad un sottile autoisolamento dal mondo, accompagnata solo dai suoi fantasmi, dalla sua geniale fantasia di inventrice di storie, e dall’alcool.

Chiudiamo qui questa passeggiata attraverso la letteratura, soprattutto, ma che ci ha permesso di incontrare anche la filosofia e la psicoanalisi, cosi’ per come la Muraro e la Chasseguet-Smirgel ce l’hanno raccontate.

Raccontate, e non esposte scientificamente. Ecco cosa fa la differenza tra un convegno e un festival, tra una giornata di studi e un salotto letterario: che tutto sembra magicamente essere narrazione, narrazione, e nient’altro che narrazione.

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