|  Il respiro dell'essere. Riflessioni sull'immagine di Mario Galzigna (Padova) "O immaginazione! Il più grande tesoro dell'uomo, l'inesauribile fonte alla quale tanto l'Arte quanto la Cultura vengono ad abbeverarsi! Oh, rimani con noi
così che ci si possa porre al riparo dal cosiddetto Illuminismo, quell'orrendo scheletro senza sangue né carne" (F. Schubert, 1824)
4. EIDOLOPOIESI Una rivalutazione del ruolo conoscitivo dell'immagine è emersa non di rado negli scritti di alcuni importanti protagonisti della scienza novecentesca. Sarà sufficiente ricordare, in questa sede, un celebre passo di Albert Einstein, che nella sua Autobiografia scientifica (1949) considerava positivamente il ruolo propulsivo dell'immagine rispetto alla genesi dei concetti. Sentiamo. "Quando, sotto lo stimolo di impressioni sensoriali, affiorano alla memoria certe immagini, questo non è ancora pensiero. E quando queste immagini formano sequenze in cui ciascun termine ne richiama un altro, nemmeno questo è ancora pensiero. Ma quando una certa immagine ricorre in molte di queste sequenze, allora proprio attraverso questa iterazione essa diventa un elemento ordinatore, poiché collega tra loro sequenze che di per sé non sarebbero collegate. Un elemento simile diventa uno strumento, un concetto". [16] Alla radice del concetto e della creatività scientifica troviamo dunque l'immagine. Ritroviamo, più precisamente - leggendo Einstein, Poincaré, Bohr - quella che gli autori anglosassoni chiamano imagery, cioè la capacità di produrre immagini: Platone, come s'è detto, definiva tale capacità, tale tecnica, con l'aggettivo eidolopoiike, che vuol dire, appunto, produttrice di immagini. Nella lingua italiana potremmo proporre, richiamandoci al lessico greco, il sostantivo eidolopoiesi. L'eidolopoiesi funziona non solo come nucleo generativo delle categorie e della creatività scientifica, ma anche come attività mentale che rende raffigurabili e pensabili concetti e teorie. Nonostante il disaccordo tra i grandi fisici del nostro secolo su questa seconda caratteristica dell'imagery, [17] il "platonico" Heisenberg, in effetti, la confutava - dobbiamo comunque prendere atto di una significativa inversione di tendenza; l'eidolopoiesi, considerata nella sua irriducibile specificità psicologica e reinstallata nel cuore stesso dell'episteme, viene sottratta al destino subalterno impostole dalla svalutazione ontologica e gnoseologica inaugurata da Platone L'approccio intellettualistico all'immagine comune ad un largo e variegato fronte filosofico, che va dall'idealismo al positivismo ha messo radici anche nella psicoanalisi: basti citare, qui, l'esempio del riduzionismo di Lacan, che tratta l'inconscio come struttura di linguaggio e l'immagine come parola mascherata, temporaneamente sospesa. Occorre allora pensare, alternativamente, alla possibilità di individuare nella Traumdeutung la presenza attiva delle immagini come registro pre-verbale e pre-categoriale dell'inconscio (a titolo esemplificativo, non sarebbe inutile, in questa prospettiva, un riesame critico dei cosiddetti sogni di Roma): "immagini viventi" e "figure in movimento" espressioni di un "corpo bisognoso e desiderante" - scandiscono, come ha affermato Fausto Petrella, una vera e propria "messa in scena immaginativa". [18] Non a caso, quando Freud parla del luogo dell'inconscio come di un'altra scena, usa il termine Schauplatz (alla lettera, luogo visibile), che collega una designazione spaziale (Platz) all'individuazione di una postura scopica (Schau), definita dall'attività del guardare, del vedere, del contemplare (schauen). Si tratta di una pista analitica parzialmente aperta dalla Klein e che Foucault, nel testo del 1957, aveva cominciato a intravedere. Per riprendere e per riarticolare questo cammino interrotto, sarà necessario rimettere in circolazione alcune idee-forza sviluppate da Gaston Bachelard e da Gilbert Durand attorno all'antropologia dell'immaginazione: anzitutto le tre coppie antinomiche che questi autori individuano come strutture costanti dell'attività immaginativa: vicino / lontano, chiaro / oscuro, ascesa / caduta. Queste tre figure fondamentali vere e proprie polarità ontologiche dell'umana presenza si dispiegano in tutta la loro concretezza solo nella particolarità irriducibile dell'esistenza individuale: un'esistenza scandita dal variegato ed inesauribile movimento circolare che collega il corpo vissuto il Leib husserliano e l'eidolopoiesi. Le immagini, sviluppate in maniera assolutamente specifica da ognuno di noi, rappresentano al tempo stesso l'effetto terminale e il vertice psicologico di questo movimento. Le immagini collegano la storicità all'ontologia, mettendo sempre in evidenza una fertile e creativa comunicazione tra l'empirico e il trascendentale. Esse vivono solo grazie ad una continua oscillazione, ad una produttiva ed ineliminabile tensione tra l'ontico e l'ontologico. Antropologia strutturale e psicologia individuale trovano, qui, un fecondo e ineludibile punto di intersezione. E' l'esistenza stessa, nella sua determinatezza storica e psicologica, a far vivere le immagini: esse non sono, quindi, figure astratte, disincarnate, estranee alle vicissitudini del tempo, ma non sono neppure formazioni evanescenti, oppure abbozzi incompleti e degradati del pensiero categoriale. "Non valgono come afferma Durand per le radici libidinali che nascondono, ma per i fiori poetici e mitici che rivelano".[19] Grazie alla psicoanalisi, l'uomo, secondo Freud, scopre di non essere padrone in casa propria. Riappropriandosi dell'immagine cifra dell'inconscio, rêverie dispiegata, epifania della nostra libertà trascendentale l'uomo potrà forse diventare, perlomeno un po' di più, padrone in casa propria. [20] 


|