POL.it POL.it banner POL.it banner POL.it banner POL.it banner logo feedback POL.it banner
blur
spazio bianco

IL RICONOSCIMENTO DEI DISTURBI EMOTIVI NELLA MEDICINA DI BASE:IL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE MEDICO-PAZIENTE

Anna Saltini

Servizio di Psicologia Medica

Istituto di Psichiatria

Università di Verona - Ospedale Policlinico

INTRODUZIONE
L'INTERLOCUTORE DEL MEDICO DI BASE
L'APPROCCIO AL PAZIENTE E ALLA MALATTIA
L'INTERVISTA MEDICA
IL MEDICO DI BASE E L'IDENTIFICAZIONE DEI DISTURBI EMOTIVI: EVIDENZE DEL RUOLO DELL'INTERVISTA MEDICA
LA FORMAZIONE DEL MEDICO DI BASE. QUALI BENEFICI?
CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA

L'approccio al paziente e alla malattia

Negli ultimi decenni i contributi della psichiatria, delle scienze del comportamento, sociali e della comunicazione hanno messo in risalto il ruolo della comunicazione medico-paziente, definita, proprio per la sua importanza. la pietra angolare di una pratica medica efficiente (Doherty et al., 1990). La maggior parte dei dati diagnostici e delle informazioni utili per avviare il trattamento vengono infatti raccolte attraverso l'intervista medica, strumento pertanto specifico della professione.

Nell'ambito della comunicazione in medicina, è stato osservato che due tipi di comportamento appaiono particolarmente importanti: il comportamento strumentale (instrumental behaviour) ed il comportamento affettivo-emozionale (affective behaviour o socioemotional behaviour) (Fitzpatrick e Hopkins, 1983; Inui e Carter, 1985; Stoeckle, 1987; White, 1988). Essi corrispondono ai due principali compiti del medico durante la consultazione: la raccolta di informazioni clinicamente rilevanti (la cui accuratezza dipende dalla considerazione dei pattern interattivi che condizionano l'efficacia della comunicazione) necessarie per la cura e, allo stesso tempo, l'informazione e l'educazione del paziente (Hall et al., 1987) e l'attenzione a tutti quegli aspetti, generalmente definiti aspecifici (ma che, per la loro rilevanza, sarebbe meglio definire "specifici"), che consentono di stabilire un rapporto di fiducia, funzionale ad una più efficace gestione dei problemi del paziente (White, 1988). Questi due tipi di comportamento trovano corrispondenza nei bisogni fondamentali del paziente (Engel, 1988; Bensing, 1991) e contribuiscono a definire la qualità dell'intervento del medico (Bensing e Dronkers, 1992).

Gli studi condotti in diversi paesi del mondo hanno dimostrato che la scarsa qualità della comunicazione medico-paziente rappresenta un fenomeno ancora piuttosto comune nella pratica clinica (Simpson et al., 1991). I medici stessi sono del resto consapevoli del ruolo della comunicazione medico-paziente ed esistono chiare indicazioni dell'esigenza, da parte loro, di ricevere una formazione specifica in proposito (Shea et al. 1990; Calman & Donaldson, 1991). Queste indicazioni mettono così in risalto bisogni professionali corrispondenti a specifiche competenze che sono però contemplate solo marginalmente dal curriculum tradizionale del medico. Nella formazione tradizionale si tende, inoltre, a mantenere ancora la componente biomedica separata dalla componente psicosociale o dagli aspetti riguardanti la comunicazione medico-paziente. Occorre però osservare che la formazione del medico è pertinente nella misura in cui l'acquisizione delle conoscenze è strettamente collegata alla situazione professionale. In altri termini, la mancanza di una effettiva integrazione durante il momento formativo, che rifletta in concreto l'attività del medico, compromette il raggiungimento degli obiettivi didattici prefissati procurando, oltretutto, un impatto nella pratica clinica che non si discosta di molto dalle caratteristiche del classico approccio biomedico.

Gli studi che hanno indagato l'atteggiamento dei medici nei confronti dell'indagine degli aspetti psicosociali e della comunicazione con il paziente (Williamson et al., 1981; Cohen-Cole & Friedman, 1983) forniscono un esempio degli effetti della formazione tradizionale. E' stata osservata una resistenza da parte dei medici ad occuparsi degli aspetti psicologici o sociali dei pazienti, espressa attraverso una rigida aderenza al ruolo biomedico ed attraverso una percezione irrealistica delle abilità necessarie per indagare la presenza di problemi psicosociali.

La necessità di incrementare gli sforzi per pianificare una formazione che risulti efficace è stata per altro evidenziata da numerosi studi che hanno dimostrato i limiti di un approccio esclusivamente biomedico in rapporto all'accuratezza della formulazione della diagnosi (Platt & McMath, 1979; Cox et al., 1981; 1988), al grado di osservazione da parte del paziente delle cure prescritte (Carter et al., 1982; Eraker et al., 1984; Stewart, 1984; Roter, 1989), alla qualità del rapporto con il paziente, al grado di soddisfazione per la prestazione ricevuta (Roter et al., 1987; Hall et al., 1988) ed in rapporto alla soddisfazione del medico stesso (Suchman & Matthews, 1988).

Un approccio al paziente e alla malattia che si ispiri al modello biopsicosociale ha contribuito a fornire una più completa definizione dell'attività del medico (Engel, 1977; 1980) che non si configurerebbe come esclusivo derivato delle conoscenze biomediche ma anche come prassi centrata sulla "persona malata" (patient centred-problem oriented), cioè come entità bio-psico-sociale, secondo quindi un concetto chiave in medicina, già introdotto da Balint negli anni '70, vale a dire il concetto di patient-centred care. Oltre all'aspetto puramente biologico, il modello biopsicosociale prende in considerazione gli aspetti psicologici e sociali della malattia spiegandone le interazioni. Secondo il suo l'assunto di base, l'attenzione del medico non dovrebbe pertanto limitarsi alle caratteristiche del disturbo in sé ma dovrebbe anche rivolgersi alle caratteristiche del paziente che soffre di quel disturbo.

Il modello biopsicosociale ha ispirato numerosi programmi di formazione, per alcuni dei quali è stata valutata l'efficacia in base a rigorosi criteri di valutazione (Roter et al., 1990; Smith et al., 1994) con la conseguente identificazione dei principali requisiti dai quali dipende la qualità dell'intervento formativo. L'attenzione alle dimensioni psicosociali della malattia e l'utilizzazione di un approccio che si ispiri al modello biopsicosociale sono state per altro considerate essenziali per una medicina di base che possa definirsi efficiente (Zimmermann & Tansella, 1996).


spazio bianco

RED CRAB DESIGN

spazio bianco

Priory lodge LTD

Click Here!

© POL.it 2000 All Rights Reserved