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Wolfgang Pauli, Psiche e Natura, Adelphi, Milano 2006, pp. 176, 24 Euro

Questo piccolo volume dal titolo batesoniano, non del tutto condivisibile perchè i due termini non sono poli di un rapporto dialettico, contiene quattro saggi riguardanti concetti-simbolo di una Hintergrundphysik o retroterra della fisica. Si tratta di figurazioni emerse dall’inconscio che "traducono" in termini qualitativi simbolici alcuni concetti fondanti della fisica quantistica. Un quinto saggio, del 1952, discute l’influenza di immagini archetipiche sulla formulazione delle teorie di Keplero nella prospettiva del ventennale sodalizio che legò Pauli a Jung. In appendice, Pauli riporta infine scritti di Robert Fludd, un alchimista della tradizione ermetica inglese che polemizzò con Keplero, oltre ad un curioso saggio, fantasia attiva dell’inconscio o piuttosto allucinazione, se non delirio psicotico, intitolato "La lezione di piano".

Sono tutti documenti che testimoniano l’esistenza di un lato della complessa personalità di Pauli nascosto dietro l’identità del grande fisico teorico che aveva enunciato, tra le altre cose, il principio di esclusione, capace di giustificare la Tavola Periodica degli elementi, e l’esistenza del neutrino. Questo lato nascosto è certamente collegato ai suoi interessi epistemologici e storici, ma rivela anche una vera e propria seconda natura, in apparenza totalmente scissa da quella del formidabile teorico le cui lezioni, secondo quanto mi ha assicurato uno che le seguì regolarmente a Zurigo, erano per lo più incomprensibili.

Pauli, nacque nella Vienna imperiale nel 1900 da una famiglia israelita convertita al cattolicesimo e morì a Zurigo nel 1958. Fanciullo-prodigio, a soli 19 anni, da studente di Sommerfeld, scrisse una rassegna sulla relatività lodata dallo stesso Einstein e testo di riferimento ancora oggi (W. Pauli: Teoria della relatività,Boringhieri, Torino, 1958). L’uomo Pauli aveva seri problemi di personalità, difficoltà nei rapporti con le donne e tendenze depressive che cercava di combattere con l’alcool. Dal 1930, su consiglio del padre, docente di chimica fisica, iniziò un’analisi con Carl G. Jung durata quattro anni e seguita da un intenso scambio che segnò profondamente la sua vita e quella del suo analista.

Grazie al suo epistolario, conosciamo oggi i suoi vasti interessi culturali e parte del suo inconscio, rivelato dalle immagini oniriche collegate alle sue idee fisiche e da lui identificate con archetipi della conoscenza fisica del mondo.

Giovanissimo, Pauli fu una delle voci più autorevoli ed ascoltate della comunità dei fisici e, durante la seconda guerra mondiale si rifugiò negli USA e divenne cittadino americano. Invitato a partecipare al progetto per la costruzione dell’atomica egli rifiutò e questo gli fa onore: fu l’unico dei grandi fisici che ebbe il coraggio morale di farlo.

Negli scritti contenuti in questo libro possono essere riconosciuti gli "elementi fattuali di discussione scientifica illimitata, in cammino verso quella unità ulteriore che ricomponga la lacerazione tra spirito e materia". Pauli è in ogni caso ben lontano da una ricerca di compromesso tra razionalità e irrazionalità, come prova, tra l’altro, la sua decisa refutazione di una teoria scientifica dell’astrologia com’è quella proposta da Keplero.

Pauli fu uno dei fondatori del paradigma quanto-meccanico e, in particolare, della cosiddetta "interpretazione di Copenhagen" della quanto-meccanica, che aveva come fondamenti il principio di complementarità e l’aspetto probabilistico della conoscenza del mondo fisico.

Lo spazio mentale di un fisico quantistico doveva includere, già all’epoca di Pauli, il dominio dell’incertezza e delle deduzioni contro-intuitive che si sarebbe successivamente allargato al concetto di coerenza di fase di stati quantici apparentemente separati e ad altre proprietà fenomeniche definibili come irragionevoli.

Jung aveva tentato di "spiegare" l’esistenza di coincidenze significative coniando il termine di sincronicità per definire il principio dei nessi acausali e Pauli, pur senza giustificare fino in fondo il concetto, cercò di farne uso recuperando un irrazionale che sembrava possedere i connotati della realtà.

Vale la pena ricordare qui la dicerìa che circolava tra i fisici, secondo la quale Pauli era un potente menagramo. Quello che veniva scherzosamente chiamato "effetto Pauli" si manifestava spesso quando egli entrava in un laboratorio: gli apparecchi si guastavano e gli esperimenti fallivano.Una volta, nel laboratorio dell’Istituto di fisica dell’università di Gottinga vi fu uno scoppio, seguito da un incendio: si seppe in seguito che, quando ciò avvenne, il treno che portava Pauli da Zurigo a Copenhagen aveva fatto una sosta di cinque minuti alla stazione di Gottinga!

Il curioso fenomeno dell’effetto Pauli potrebbe essere definito in termini junghiani come influenza di una potenza arcana sui fatti del mondo, irriducibile ad ogni spiegazione in termini logico-razionali. Alternativamente, esso potrebbe essere interpretato come un’estrinsecazione del potere dell’inconscio sugli accadimenti del mondo, secondo una spiegazione simmetrica a quella che lega la funzione della coscienza dell’osservatore ai fenomeni osservati.

Un’ultima coincidenza significativa: alla fine della vita, ricoverato nell’ospedale dove doveva morire, Pauli fece notare all’amico che l’accompagnava il numero della stanza assegnatagli. Era il 137, uno dei numeri sacri della fisica, il cui reciproco corrispondeva alla costante di struttura fine che entra nella teoria degli spettri atomici e lega assieme elettromagnetismo, relatività e teoria dei quanti. E’ uno di quei numeri che sembrano contenere un segreto del mondo naturale, una chiave per comprendere i profondi problemi della fisica teorica e della cosmologia. Il numero della stanza era una coincidenza, illogica quanto si vuole, ma non priva di significato, che risiedeva soprattutto nel suo essere la beffa finale, l’ultimo sberleffo di una vita orchestrata dal maligno demiurgo preposto al non senso del mondo. Pauli aveva scritto in una sua lettera che scienza e religione debbono avere qualcosa a che fare l’una con l’altra e il numero della stanza del morituro poteva essere il "significativo" commento a tale affermazione.

Uno dei problemi di Pauli era la spiegazione della propria attività onirica popolata di immagini e idee fisiche che appariva come un continuum dell’attività pensante ordinaria: in altre parole il collegamento tra inconscio e coscienza così come quello tra materia e spirito. I simboli onirici non potevano per lui essere senza senso, ma piuttosto dovevano costituire un "secondo senso" capace di allargare la visione del mondo costruita dalla coscienza.

Jung aveva elaborato una concezione filosofica, contenente le dimensioni esoteriche del reale, che metteva sullo stesso piano l’attività immaginaria dei singoli individui e la visione della religiosità collettiva. Il dialogo tra lui e Pauli era simile a un insieme di canto e contro-canto che fondeva due linee melodiche staccate ed autonome in un’unica intelaiatura armonica altamente significativa.

In fondo, per entrambi era valida l’affermazione "There are more things in heaven and eath, Horatio, than are dreamt of in your philosophy" (Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante possa sognare la tua filosofia)(Hamlet, Act 2, Scene V), nella quale si considera quanto si può "sognare" con una certa visione del mondo (philosophy) come ben inferiore a tutto quanto, nella realtà, in tale mondo esiste.

La lettura di questo libro ci mette in contatto con gli interessi di Pauli in diversi campi del sapere apparentemente molto distanti tra loro,oltre che con la profondità e l’originalità della sua riflessione da cui deriva una visione unitaria del mondo non limitata ai soli aspetti logico-razionali e capace di abbracciarne la totalità e la coesione.

Lauro Galzigna

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