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Valeria P. Babini, Il caso Murri. Una storia italiana, il Mulino, Bologna 2004, pp. 309, Euro 21.

"Il delitto Murri — ci dice Valeria P. Babini nell’Epilogo della sua "storia" — poteva restare uno dei molti e tristi episodi di cronaca nera dell’Italia di inizio secolo; invece, da "sotto le due torri" […] la vicenda coinvolse l’opinione pubblica italiana trasformandosi nel caso giudiziario più discusso dell’Italia giolittiana". Un caso che attivò un susseguirsi drammatico e convulso di eventi, rivelatore della tormentata fase di transizione del Paese vero il XX secolo: fu l’occasione per una strumentazione ideologica e politica mirante a liquidare valori che avevano costituito l’asse portante del processo di formazione e di crescita in senso moderno della nuova nazione: socialismo, radicalismo, scienza, positivismo, visione laica del mondo e dell’impegno educativo furono al centro di un acceso dibattito che per più anni coinvolse l’opinione publica nazionale e interessò settori importanti dell’intellettualità europea.

All’origine del "caso Murri" vi fu l’uccisione avvenuta a Bologna, il 28 agosto 1902, del conte Francesco Bonmartini per mano di Tullio Murri, fratello di Linda Murri, moglie della vittima. Tullio e Linda erano figli di Augusto Murri, celebrato clinico medico dell’Università di Bologna. Quel delitto crudele ma sulle prime vissuto dalla città come scandalo circoscritto nell’ambito della "buona borghesia", acquista rapidamente ben altro significato e risonanza quando se ne impossessa strumentalmente il fronte benpensante e cattolico, rappresentato soprattutto dal quotidiano clericale bolognese "L’avvenire d’Italia", di recente "modernizzato" con l’introduzione della cronaca nera. Il giornale avvia una campagna violenta e di grande successo — raggiunge tre edizioni giornaliere — amplificando dettagli morbosi e insinuazioni oscene sui Murri. Per il suo magistero e per la levatura filosofica e morale, il clinico Augusto Murri impersonava molto autorevolmente la cultura laica e positivistica predominante nell’Italia di fine Ottocento. Eletto nello schieramento progressista al consiglio comunale di Bologna, aveva pronunciato dure requisitorie contro l’educazione religiosa nelle scuole. Attivo militante socialista era il figlioTullio, da poco eletto nel consiglio provinciale. Scatta dunque un attacco durissimo il cui bersaglio è Augusto Murri e l’ideologia che egli rappresenta. La tragedia della sua famiglia è sfruttata spregiudicatamente a dimostrazione dei pretesi effetti nefasti dell’educazione laica e razionalista. La prospettiva strategico-politica era però più ampia: sotto accusa c’è il positivismo e l’ideale della scienza come suprema regolatrice dell’umana condotta. E’ questo, va sottolineato, l’autentico nucleo problematico che conferisce al libro il suo valore e la sua importanza. Non tanto il disvelamento di un crimine impressionante della "Bologna bene", ché anzi di esso alcuni risvolti rimarranno in ombra, alla fine. E’ invece la ricostruzione del senso storico - culturale e sociale - del grande clamore e del dilagante coinvolgimento polemico che ne era scaturito. Da qui lo straordinario lavoro di ricerca di Valeria P. Babini, basato sull’analisi di una documentazione eccezionalmente ricca e di prima mano, testimoniata nel volume da un nutrito apparato di note, indispensabile fonte di informazioni sui tanti personaggi e fatti richiamati nel testo. Numerose le illustrazioni, costituite da deliziose incisioni e foto d’epoca.

Il risultato è una storia dell’"Italia del "caso Murri"" narrata nel dettaglio con inconsueta eleganza stilistica e non senza una distaccata, divertita ironia, strutturata con un’architettura sapiente e un ritmo che ha l’andamento - e la partizione - quasi-musicale di un melodramma. Si apre con un’ouverture nella quale un’abile mise en scène presenta Augusto Murri il giorno della sua prima lezione universitaria dopo due anni di volontario esilio da Bologna. In un’aula traboccante di studenti e di medici legge per un’ora e tre quarti, con il volto segnato dall’emozione, una "prolusione dotta, quasi filosofica" ribadendo la sua fondamentale adesione al razionalismo e all’uso della critica. Claudio Treves la definirà "un dramma di Eschilo". Questa epifania della figura di Murri solitaria e drammatica conferisce la tonalità all’intera vicenda. Egli rimane costantemente sullo sfondo come persona-simbolo, oggetto degli attacchi morali e ideologici, mai però chiamato a deporre in sede giudiziaria. All’ouverture seguono capitoli densi di fatti e di personaggi; la narrazione procede ora incalzante, per il susseguirsi di colpi di scena, ora più distesa e riflessiva, come in un andante. Nel primo atto dell’opera si entra subito in medias res. Sul palcoscenico c’è il cadavere di Bonmartini. Da quel momento il "romanzo di Bologna" cresce su se stesso e si dilata a dismisura ad opera della stampa che gareggia spasmodicamente per battere sul tempo la magistratura inquirente in un’inchiesta parallela che fornisca in anticipo al lettore sempre nuovi dettagli o indiscrezioni, reali o di fantasia. Col tempo, ai quotidiani si affiancherà una quantità incredibile di altra stampa, pubblicazioni periodiche (a dispense), opuscoli, volumi fatti stampare a tamburo battente dagli avvocati protagonisti del processo e così via; un motivo non secondario dell’interesse del libro è il panorama che offre dell’eccezionale diffusione capillare dell’unico strumento di comunicazione di massa allora disponibile: quei prodotti a stampa che informano e orientano l’opinione pubblica.

Alla prima parte dell’opera - dedicata all’inchiesta giudiziaria svoltasi a Bologna sino al rinvio a giudizio degli imputati - fa seguito una sorta di "interludio", un capitolo centrale dedicato alle reazioni del "mondo della cultura". Vediamo qui più da vicino Augusto Murri, i suoi rapporti con l’ateneo bolognese e, tra gli altri, Giovanni Pascoli, per il quale c’era chi aveva sperato inutilmente che assumesse nel "caso Murri" il ruolo che era stato di Émile Zola nel caso Dreyfus. Entra in scena, tangenzialmente, anche Cesare Lombroso, medico del carcere di Torino dove sarà trasferito il processo per legittima suspicione. E appunto nell’aula del tribunale di Torino è ambientata la seconda parte della vicenda. Sul teatro del processo il sipario si alza il 21 febbraio 1905. Sul palcoscenico affollato si esibiranno avvocati e periti tra i più celebri del momento - una volta pubblicate, le arringhe in difesa di Linda occuperanno un volume di 911 pagine - e si conteranno i corrispondenti di cinquantatre testate giornalistiche. Sfileranno quattrocento testimoni e tra il pubblico non mancano celebrità del mondo teatrale. Era il momento, ricordiamo, del teatro "naturalistico", e non di rado attori famosi cercavano di avvicinarsi alla rappresentazione della realtà studiandola nei tribunali, appunto, o nei manicomi.

E qui, attraverso l’analisi acuta di Valeria P. Babini delle lunghissime arringhe e delle verbose esposizioni peritali, si dispiegano fra i tanti offerti dal libro i due piani di lettura a nostro avviso più importanti. L’uno è il processo alla scienza. Sia per errori di strategia processuale da parte degli avvocati e dei periti della difesa, sia soprattutto per intrinseca fragilità dei presupposti disciplinari esplicitamente esibiti, si assiste alla disfatta della psichiatria: nell’ambizione di presentarsi con la dignità di "scienza esatta" aveva preteso di pronunciare la parola definitiva sui comportamenti mediante espedienti tecnici aggiornati che avrebbero dovuto garantire l’acquisizione di dati obiettivi. Si andava dai test di associazione verbale a un pletismografo portato in aula come una sorta di "macchina della verità". Alla fine, Enrico Morselli, nel tentativo di far riconoscere a Tullio Murri la seminfermità mentale, rievoca nozioni come l’"atavismo" o il "primitivismo" e conclude giudicandolo dominato dall’"autosuggestione" per una imprecisata "idea ossessiva" di dover "salvare" la sorella amatissima da un matrimonio infelice.

L’altro piano di lettura che va segnalato lo offre il personaggio chiave del dramma, Linda Murri. Più volte ricorre nel libro, ora in accenni fugaci, ora protagonista di snodi descrittivi importanti, sempre presente negli spazi della stampa che riversa su di lei i giudizi più disparati. Adultera, da un lato considerata ispiratrice e forse organizzatrice del delitto, dall’altro vista come emblema del "nuovo" mondo femminile di cui mostra gli aspetti più temuti nell’universo maschilista. Nell’imperante visione tradizionalista, che vuole la donna difesa dai possibili influssi negativi della "cultura", un giudice istruttore codino non troverà di meglio che far sequestrare la biblioteca di Linda per rintracciarvi opere licenziose e corruttrici. Ma Linda è comunque la prova degli effetti negativi dell’educazione laica che si vuole le sia stata impartita dal padre. Stigmatizzando l’una, si intende colpire l’altro. Per lo spirito dell’epoca è inammissibile nella donna separare la sessualità dalla sua destinazione riproduttiva; quindi i giornali - apripista il foglio clericale di Bologna - costruiscono di Linda un’immagine denigratoria, diffondendo le fantasie sessuali più scabrose e di fronte all’intenso clima affettivo esistente nella famiglia Murri, alludono addirittura a rapporti incestuosi con il padre e il fratello. Si delinea così uno stereotipo negativo di donna che, con le loro arringhe, gli avvocati difensori cercheranno di demolire, sostituendolo peraltro con un’immagine non meno stereotipica, ricalcata sull’ideale materno e domestico. In più punti della sua opera, seguendo con attenta penetrazione psicologica il riemergere di volta in volta, nel corso degli eventi, di questo personaggio femminile, Valeria P. Babini ci restituisce la possibilità di una ben diversa comprensione di Linda, immagine dolente di vittima dei pregiudizi ma enigmatica e complessa, con "qualcosa di inspiegabile", secondo Scipio Sighele. Un personaggio non certo di donna all’avanguardia, tuttavia portatrice di una "verità" femminile che al momento solo altre sensibilità femminili sanno cogliere e vivere con intelligente solidarietà, ad esempio Anna Kulischoff, Ada Negri, Paola e Gina Lombroso. Né va trascurato come l’Autrice tratteggi con toni icastici e di pietoso rispetto l’altro personaggio femminile del dramma, l’umile guardarobiera Rosina Binetti, personalità elementare, a tratti primitiva, autenticamente dedita al grande amore per Tullio Murri. Unica fra gli imputati giudicata inferma di mente in sede processuale, finirà internata al manicomio di Torino con la diagnosi dall’alone diffamatorio, per l’epoca, di "isteria".

Concluso il processo con la condanna di tutti gli imputati, l’epilogo della storia è il "processo a un secolo che muore". Leggendo le ultime pagine nelle quali Valeria P. Babini sintetizza i nuclei problematici portati alla luce dalla vicenda Murri, sorge in noi la visione di una fase crepuscolare che lentamente avvolge un’epoca, una cultura, una società. Lo stesso Augusto Murri ci appare ormai in quella che Giorgio Cosmacini, in uno dei suoi saggi più intensi (Storia d’Italia Einaudi — Annali 4) chiamerà , dopo il suo "stallo teoretico", "declinante parabola": lascerà una grande lezione di razionalismo critico, ma non creerà una "scuola" che la tramandi e la faccia vivere. Il positivismo, braccato dall’idealismo crociano e dal pragmatismo, si sta spegnendo. Nella versione di Cesare Lombroso, che di lì a poco verrà giubilato e riposto ad acta dai suoi stessi allievi, vivrà ormai solo nei gabinetti della polizia scientifica. Molti altri di quei nuclei problematici rimangono nodi irrisolti che continueranno a stimolare la riflessione nel secolo successivo: i rapporti fra l’educazione morale e la scienza; la psichiatria "derisa e umiliata" risolverà la sua pretesa di "scientificità" nel crudo biologismo della gestione manicomiale e tarderà molti decenni prima di trovare una sua peculiare fondazione epistemologica; la messa in discussione di valori e "vergogne" della borghesia che solo la psicoanalisi, ormai alle porte, riuscirà a decifrare: quella stessa psicoanalisi a cui, e forse non senza motivazioni molto personali, Augusto Murri dedicherà lunghe pagine della sua Nosologia e psicologia (1923), in una critica feroce e assoluta.

Prof. Ferruccio Giacanelli

bag5655@iperbole.bologna.it

[Questa recensione è la versione ampliata di quella pubblicata su "L’Indice dei libri del mese", anno XXII, n. 2, febbraio 2005, p. 11]

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