|  Mente, cervello, persona di Andrea Angelozzi (Padova) Mentre il problema del rapporto mente-cervello è al centro di un acceso dibattito nella filosofia attuale, in psichiatria sembra trascinarsi più per scelte ideologiche e "fedi" scientifiche che per valutazioni criticamente fondate. Sembra quasi che, pur essendo psichiatri, non riteniamo nostro compito definire ed indagare la natura del "mentale" e, forse per timore di perderci nel "filosofare" rischiamo posizioni vaghe e pragmatismi confusi. Eppure, nella clinica quotidiana, con la semplice prescrizione di uno psicofarmaco come di una psicoterapia, di fatto aderiamo ad un qualche modello del mentale e dei suoi rapporti con il fisico, anche se non sempre siamo in grado esplicitarlo, chiarirlo e motivarlo. Al di là di questa gestione quotidiana, tali modelli entrano nel progetto generale del fare psichiatra. Intorno ad essi poi ruotano le giustificazioni razionali e le ragioni etiche di concetti quali libertà, determinismo e autorità sociale. Il problema della autonomia del "mentale" infine, pone una questione epistemologica basilare, se cioè esistano realtà non fisiche o se tutta la realtà sia quella conoscibile solo attraverso gli strumenti del modello fisicalista, apparentemente vincitore su tanti fronti del sapere e della pratica. Di fatto, le importanti acquisizioni della indagine biochimica e della genetica, ed i rilevanti successi vantati dalla psicofarmacologia e dalla computer science, sollevano problemi inquietanti e non ci consentono di eludere ulteriormente il problema del rapporto fra eventi mentali ed eventi cerebrali. Non si limitano più infatti a seminare la fantasia di una lettura di alcuni sintomi psicopatologici quali puro prodotto di squilibri biochimici. Mirano invece ad ampliare i campi di indagine e di applicazione, e, parallelamente al concretizzarsi della nosologia dei "disturbi di personalità", lasciano trapelare la convinzione di poter identificare anche queste patologie dell'essere con puri modelli recettoriali, promettendo più "realtà" e rigore dei modelli psicologici, oltre a mondi eziologici e terapeutici più lineari e determinati. Questo "identità" stretta fra il cervello ed una idea di mente, ove tutti gli eventi sono in realtà esclusivamente neurofisiologici, sta fornendo l'illusione di descrivere le modalità dell'essere umano come un capitolo della biologia, e di attribuire alla biochimica la causa dei nostri comportamenti e delle nostre scelte, tali solo apparentemente, ed in realtà ben determinate da specifiche attivazioni complesse di configurazioni sinaptiche. L'identitismo ha sempre offerto suggestioni profonde, e perfino la psicoanalisi ha tentato inizialmente una metapsicologia neurofisiologica, proseguendo la sua costruzione attraverso moduli e funzioni. Pur portando vaste intuizioni, ha generato anche altrettanti problemi, legati in particolare alla definizione che opera del "mentale", trattato con le regole degli oggetti "fisici", oggettivato e scomposto in "fatti", in un autonomo insieme di puri eventi esistenti di per sè. La mente viene trasformata in non altro che..., un agglomerato oggettivo e fattualizzato di sensazioni, pensieri, comportamenti, modi di essere, ove ci si illude di poter individuare e delimitare entità specifiche quali ad esempio: "il dolore", "la depressione", o anche la "personalità borderline". La fattualizzazione del mentale appare poi pienamente coronata dalle sue misurazioni oggettive e dal mondo delle scale di valutazione. Finalmente isolati e studiati "di per sè", ad essi sembrano potersi applicarsi leggi generali e nessi causali, presi in prestito dalle scienze fisiche, Se tale fattualizzazione è più evidente negli approcci strettamente materialisti, ove gli eventi mentali sono veri e propri "enti", la cui reale natura si esaurisce completamente in eventi cerebrali, non per questo è minore negli approcci ove la "mente" diventa un universo linguistico, in cui comportamenti, sensazioni, emozioni, pensieri, sono descrizioni comunque isolate e considerate di per sè. Ed anche laddove la teoria della identità è divenuta "correlazionalismo" o "funzionalismo", mitigando le posizioni più radicali, si è rimasti comunque legati ad un concetto impoverito di mente, come niente altro che..., in fondo rigidamente imprigionata dentro il cranio. Quanto poi al cosiddetto "modello computazionale", non indica un modello diverso per la mente, trasformata in software, ove sono depositati e programmati il mio comportamento, i miei pensieri, e la mia personalità, pronti a girare sull'hardware, cioè il cervello. La conclusione è in ogni caso, da una parte il riduzionismo, per cui, quando noi abbiamo a che fare con sintomi, con pensieri, con quelle complesse organizzazione mentali che sono le personalità, stiamo in realtà parlando, male, di neurofisiologia e neurochimica, e che rappresenta il vero progetto alla base della concezione della identità fra mente ed cervello, non a caso stranamente asimmetrica, riconducendo sempre il mentale al fisico, ma mai viceversa. Dall'altra parte è il progetto sostitutivo o eliminativistico, per cui le descrizioni mentaliste, siano una sensazione, la melanconia, o una struttura di personalità, sono null'altro che modi provvisori ed imprecisi per descrivere una realtà fisica o biochimica sottostante. Gli strumenti mentalisti, basati sul soggettivo, sul privato e sull'individuale, violando la regola di universalità oggettiva dei linguaggi fisicalisti, sarebbero troppo imprecisi e fuorvianti, e debbono essere eliminati o sostituiti con descrizioni più corrette, che eliminando false prerogative riconducano la mente a ciò che è: null'altro che una branca della biologia. Taluni affermano persino che tutto ciò che non è strettamente ed immediatamente riportabile ad eventi cerebrali, semplicemente non esiste, in quanto privo di senso, come un tempo i termini dell'alchimia o il "flogisto". In queste cattive commistioni di universi linguistici diversi, (ed io premetto subito: irriducibili) la "melanconia" diventa disregolazione della serotonina, la personalità schizotipica un'alterata "regulation" della dopamina, e si ritiene di identificare la "molecola del suicidio", e i circuiti della aggressività. Se un modello biochimico poi non è attualmente presente, non bisogna farsi ingannare: non si tratta di un fallimento, ma è solo questione di tempo, facendo ipoteche sul futuro, che peraltro la storia della scienza ha sempre smentito. Questa moderna secolarizzazione conduce ogni evento umano a "non altro che ...", riducendo i digiuni mistici alla anoressia, l'utopia al delirio, e quanto prima anche le ipotesi di chi non è d'accordo a dismetabolismi. (vai alla pagina successiva)  
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