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"FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO", Roland BARTHES, 1979, Giulio Einaudi editore (Titolo originale Fragments d’un discours amoureux , 1977, Editions du Seuil)

di Gaetano Fornaro

Si tratta di una degli ultimi lavori di Roland Barthes prima della morte avvenuta a Parigi nel 1980. Critico letterario tra i maggiori rappresentanti della Nouvelle critique, nata dall’insoddisfazione per la critica tradizionale di origine romantica nella quale l’esame formale delle opere d’arte ha prevalenti interessi impressionistici e proponente invece un interesse evidente per l’aspetto verbale, egli s’ispira in tutta la sua produzione ai principi della linguistica strutturalista e al metodo d’indagine psicoanalitico per studiare il fenomeno della creazione letteraria, combattendo come meramente erudita la critica universitaria. Non sembra un caso dunque che fra i riferimenti psicoanalitici più frequenti dell’opera, oltre a Freud e Winnicott, compaia Jacques Lacan nella cui riflessione lo strutturalismo è assai importante come testimoniato dalla concezione dell’inconscio quale struttura transindividuale e impersonale come il linguaggio. Altri riferimenti del saggio esplicitamente enfatizzati dallo stesso Barthes sono "I dolori del giovane Werther" di Goethe, il Simposio di Platone, lo Zen, Nietzsche e certi mistici. D’altra parte ci pare che già nel titolo quest’opera riconosca uno dei principi fondamentali dell’indirizzo linguistico strutturalista risalente a Ferdinand de Saussure, primo suo grande teorizzatore, e cioè la distinzione tra langue (sistema astratto e istituzione sociale) e parole (discorso concreto individuale). E "Fragments d’un discours amoureux" si propone proprio come un paradigma del secondo e coerentemente con l’impostazione strutturalista analizza più le forme che i contenuti di quel "discorso" ("quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola" precisa subito Barthes). La concezione saussuriana della lingua come "sistema in cui tutti i termini sono solidali tra loro e il valore dell’uno risulta soltanto dalla presenza simultanea degli altri" riecheggia in questa brillante, non sempre di agevole lettura, ma spesso gustosa analisi formale, "strutturale" appunto, delle "figure" del linguaggio amoroso.

Il saggio è interamente e prepotentemente occupato dal soggetto amoroso; ne è il paradigma emotivo declinato non attraverso ciò che egli è, ma per mezzo di ciò che egli dice. Non è discorso sull’amore. E’ simulazione del discorso stesso. Il libro si svolge infatti come un dizionario linguistico-emotivo le cui figure, i cui lemmi, organizzati in rigoroso ordine alfabetico ( un ordine insignificante "per scoraggiare la tentazione del senso" e della forma storico-diacronica), accompagnano il lettore in un’esplorazione arguta, brillante, ironica, talvolta spietata, dei "topoi" fondanti del linguaggio amoroso. È il discorso che l’innamorato parla dentro di sé di fronte all’altro -l’oggetto amato- escludendo il resto, vale a dire l’universo esterno, sentendosene anzi minacciato quando questo viene a interferire con l’immagine amorosa alterandone la presunta perfezione e il presunto esclusivo possesso e provocando un tumulto di emozioni solitamente molto dolorose -in termini psicodinamici diremmo una "ferita narcisistica". L’altro, l’interlocutore muto, il convitato di pietra di questo discorso, è, ovviamente, non l’altro fisico, ma, per dirla con Jung, la sua Imago, cioè il suo fantasma psicologico.

Il discorso amoroso non è la storia d’amore o la storia di un amore che, per forza di cose, ha una dimensione biunivoca rispetto al suo fluire nel tempo, essendo il prodotto dell’incontro-scontro di due personalità -due persone: due maschere- e di due storie. Il discorso amoroso è al contrario strutturalmente, ineludibilmente unilaterale: è infatti quell’insieme e quella riserva di "figure" linguistiche -i frammenti del discorso- alle quali il soggetto amoroso -l’innamorato- attinge "secondo i bisogni, le esigenze o i piaceri del suo immaginario".

Il discorso amoroso, ci fa notare Barthes, è estremamente sui generis perché estremamente solo, vale a dire spoliticizzato, de-socializzato, parlato da milioni di individui ma sostenuto da nessuno, da alcun sistema di potere e di sapere. "…l’innamorato non smette mai di correre con la mente, di fare nuovi passi e di intrigare contro se stesso" e le figure del suo discorso sono innescate (proprio innescate, come vere e proprie bombe a orologeria) da "vampate di linguaggio che gli vengono in seguito a circostanze infime, aleatorie".

Barthes propone quindi un codice, un’economia significante del soggetto amoroso, un canovaccio di luoghi topici dell’amore, di figure linguistiche, in cui i gradi di libertà e la creatività individuali sembrano piuttosto ridotti se non nella loro caotica ed estemporanea combinazione. La chiave di tutto è la frase, spesso solo subliminale o appena accennata, che, destata da contingenze anche risibili, dipana e svela davanti al soggetto il quadro mobile della figura. Questa frase non è, a veder bene, una vera e propria "frase", in quanto non è depositaria di un messaggio compiuto; è più propriamente un motivo sintattico, una sorta di refrain o di leit-motiv che esprime solamente l’immediato emotivo e informa -mette in forma, plasma- la figura. La frase è dunque la levatrice della figura e del suo canovaccio emozionale. Barthes riporta, a mò di esempio, alcune tipiche frasi troncate, agitate nella mente o fra i denti, senza senso compiuto proprio perché hanno la propria giustificazione esclusivamente nella loro struttura sintattica, vale a dire in ciò che articolano, e non in un messaggio che è pressoché inesistente. Sono frasi che il soggetto amoroso caratteristicamente agita dentro di sé nella situazione comune in cui si trova ad attendere l’altro che è in ritardo: "certo che però non è modo di fare…", "avrebbe ben potuto", e così via. L’oggetto di queste frasi, lasciato in sospeso, non ha importanza poiché esse servono solo a mettere in forma -a informare- la figura dell’Attesa, assolvendo così pienamente il loro compito. Se poi il ritardo si prolunga intollerabilmente la rabbia lascia il posto a una piccola tragedia, messa in scena nell’oscuro teatro interiore, in cui si esperisce il sentimento panico dell’abbandono, della piccola morte e del lutto che riecheggiano antichi abbandoni e antichi lutti. Ma questa è probabilmente un’altra storia che ci trascinerebbe lontano, molto lontano.

Il discorso, s’è detto, non è la storia d’amore: esso non ha cronologia, progressione, né astrazione superiore. Le figure di cui si compone non hanno successione logica ma sottostanno al carattere meramente accidentale dei loro motivi scatenanti e perciò assumono, nel presentarsi all’immaginario dell’innamorato, un andamento zig-zagante simile al volo anarchico di una mosca. Non c’è un prima, non c’è un poi. Non c’è memoria e storia. C’è solo l’intrascendibile attualità dell’urgenza emotiva che le evoca.

Il discorso amoroso non è la storia d’amore costretta nelle categorie "mondane" della causalità e del finalismo, dello spazio e del tempo. Esso è soliloquio, talvolta confinante con un piccolo delirio solipsistico, che si nutre di linguaggio e di metonimia. E la figura retorica regina del discorso amoroso è quella metonimia che identifica il modello con l’opera, vale a dire l’altro con la sua Imago, orbandolo in definitiva della sua essenziale alterità. Siamo ancora una volta nei dintorni del narcisismo inteso a nostro avviso in senso kohutiano e quindi delle inevitabili valenze di oggetto-Sé, dei bisogni di specularità, idealizzazione e gemellarità di cui viene investito l’oggetto amato. E siamo anche nei dintorni della "dipendenza" se le sofferenze e i dolori che tramano l’episodio amoroso fluendo nel discorso dell’innamorato trovano la propria ragion d’essere in quel vizio dell’immaginario amoroso che fa dell’immaginario stesso l’unica dimensione contestuale, la dimensione totalizzante del soggetto amoroso, che rende l’immagine dell’altro onnivora degli spazi di realtà attorno al soggetto e che produce poi, al momento dell’abbandono, un vuoto di realtà oltre che un vulnus narcisistico. La sofferenza d’amore è l’amputazione senza anestesia di questo immaginario debordante che ha la sua manifestazione sontuosa e capricciosa nel discorso d’amore.

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