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Laboratorio Artaud: dieci anni di ricerca teatrale.

di Cristian Caon

Nel mese di gennaio a Padova quattro il Centro di Ricerca Teatrale Laboratorio Artaud ha festeggiato il suo primo decennale.

Assieme al Teatro Popolare di Ricerca di Lorenzo Rizzato e a Teatro Continuo di Nin Scolari, Laboratorio Artaud è tra le più innovative compagini padovane nel campo della sperimentazione e ricerca teatrale, diretto dal drammaturgo e regista Alfredo De Venuto.

Ciò che caratterizza l’attività del Laboratorio è un lavoro che s’ispira alla prassi di Antonin Artaud. Le teorie di Artaud, che considerava il mondo un malato, un folle e il teatro lo strumento di una possibile guarigione, non furono inizialmente accolte e apprezzate, ma acquistarono grande importanza in Europa e Stati Uniti nel secondo dopoguerra del’900. Il "teatro della crudeltà", così definito dall’artista francese, è tale perché costringe lo spettatore a guardarsi dentro, a partecipare emotivamente in modo da uscirne spossato e forse trasformato mentre l’attore deve immergersi completamente nella rappresentazione fino alle radici del suo essere. L’intenzione di Artaud di influire direttamente sul sistema nervoso e di liberare l’inconscio lo portò a sperimentare spazi teatrali alternativi, soluzioni sceniche, fasci di luci ed effetti sonori dissonanti.

Il Laboratorio di Alfredo De Venuto — regista e ideatore del gruppo di ricerca — ne fa conseguire una sperimentazione permanente volta a riformare l’edificio teatrale tradizionale. Al centro di quest’esperienza vi è la condizione umana con particolare attenzione ai temi dell’emarginazione e dell’esclusione, spazi di frontiera che trovano espressione compiuta nella messa in scena di lavori con persone affette da disagio psichico in un viaggio ai confini della malattia mentale. Ne sono un esempio "Cyrano de Bergerac o dell’ambigua e labile identità" lavoro del 1997 dove recitano pazienti psicotici oppure "Pinocchio ovvero umano, troppo umano"del 2002 realizzato con il Dipartimento di Salute Mentale ASL 106; l’organizzazione e la direzione artistica, assieme allo II° Servizio Psichiatrico dell’ULSS 16, di "Segni latenti" 1° festival internazionale del teatro impegnato nel disagio psichico tenutosi a Padova nel 1999.

Come si legge dal catalogo documentale della compagnia dal titolo Nòstos, vi è l’arduo intento di contribuire a rimuovere gli ostacoli che impediscono all’individuo di manifestarsi in modo totale. Ciò posto, i protagonisti del Laboratorio si collocano lontano dal teatro normale, normalizzatore e sedativo che certa psichiatria tende ad usare come un farmaco, come terapia. Lo spazio del teatro diventa luogo di ribellione e resistenza alle convenzioni consolidate del teatro tradizionale e della comunicazione di massa.

I temi del disagio psichico sono presenti anche in "Baile de Familia latino theatre music-hall" del 1996, spettacolo ove la famiglia diventa fonte di relazioni malate.

Nel 1999 è la volta di "O’rre Liar metamorfosi teatrale del King Lear di William Shakespeare", lavoro dedicato ad Antonin Artaud e che si pone in aperto contrasto con i modelli comportamentali del potere vigente compreso quello psichiatrico. Lo stesso artista francese fu internato in un ospedale psichiatrico ove rimase fino al 1946 e sottoposto ad elettro shock. Questa esperienza fu documentata dallo stesso Artaud che scrisse: "Io, Antonin Artaud, nato a Marsiglia il 4 settembre 1896, cinquantenne, autore di cinque o sei libri di poesie, attore di cinema e regista….ho perso ogni potere di disporre della mia vita, del mio corpo, internato d’ufficio e costretto in manicomio per 9 anni, oggetto nelle mani dell’autorità, e sottomesso a leggi crudeli ed alienanti che mi resero irrimediabilmente altro per sempre".

Si tratta di contributi volti a descrivere la malattia mentale e l’emarginazione attraverso una comprensione di tipo umanistico nel tentativo di reintrodurle all’interno di una quotidiana attenzione della comunità. Il tempo in cui viviamo è scandito dal parossismo dell’efficienza, dell’iniziativa, dell’azione ed esclude, come mai era avvenuto in passato, chiunque non sia in grado di rendersi omogeneo alle richieste sociali perché inadeguato, inibito, mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo d’identità, mai abbastanza attivo. A mio avviso si esprime inoltre un’idea della psichiatria alternativa a quella organicistica, in quanto l’uomo è considerato anche come il frutto delle relazioni familiari, sociali e dell’ambiente più ampio in cui vive e da cui viene influenzato.

Tale visione si può ricondurre alla lezione dello psichiatra scozzese Ronald David Laing, di Franco Basaglia e dell’autore del sempre attuale "Manuale critico di Psichiatria" Giovanni Jervis, risente del dibattito ancora oggi vivo sui temi dell’ospedalizzazione psichiatrica, di cosa si intenda per terapia e della difficoltà di tracciarne i confini. Va rilevato che molti passi in avanti si sono fatti per arrivare a mettere in scena spettacoli come quelli menzionati sopra, se solo si pensa alle molteplici esperienze di segno opposto a cui abbiamo assistito nel corso del ’900: dalle cliniche lager della Germania nazista dove il malato di mente veniva condannato a morte, all’esperienza invece entusiasmante ed innovativa basata su una minore segregazione del malato svoltasi nella comunità terapeutica di Gorizia coordinata da Basaglia.

Dal punto di vista dei maestri teatrali a cui il Laboratorio s’ispira oltre ad Artaud, vi sono autori come S. M. Ejzenstein, Kostantin Stanislavskij, Vsevolod Mejerchol’d, Tadeusz Kantor, B. Brecht, Carmelo Bene e Jerzy Grotowsky. Alcuni di questi registi contribuirono a contaminare il teatro occidentale con le convenzioni delle forme drammatiche orientali: così il progetto Teatri d’Oriente del Laboratorio Artaud ha ospitato alcune discipline orientali come il Bharatanatyam, l’Odissi, il Kathakali e il Bunraku giapponese.

L’intento riformatore si evince anche dallo studio scenico degli spettacoli, dalla messa in discussione dello spazio teatrale convenzionale utilizzando spazi storici aperti, mura e piazze, ma anche costruendo un palcoscenico in cui lo spettatore non è più tale, ma diventa testimone-astante invitato quasi ad entrare in scena con gli attori. Il legame con l’architettura rimanda alle origini, al teatro greco, alla tragedia e alle manifestazioni rituali religiose da cui essa derivò.

Il genere tragico è, infatti, quello prediletto dal Laboratorio di de Venuto che mette in scena la trilogia "Antigone symparanekromenoi" nel 2002, presentata a Roncaglia (PD), "Medeia eadem mutata resurgo liturgia per 14 spettatori" nel 2004 accessibile solo a quattordici spettatori per volta, "Atreides_Anaxandron e alla luce del lupo ritornano" nel 2005. Sono rielaborazioni dei grandi temi tragici greci che identificano la verità profonda della condizione umana che è conflitto tra necessità e libertà, contesa insanabile fra la libertà individuale e ciò che, per una legge insita nell’uomo, limita e riduce questa stessa libertà. La regola della tragedia è la contraddizione ed esprime il conflitto tra l’uomo e il reale che lo circonda che difficilmente può giungere a conciliazione: così il giorno del debutto di Medea va in scena in Russia nella scuola di Beslan il sequestro dei bambini uccisi da donne-madri, episodio emblematico delle situazioni folli in cui è costretto a vivere l’uomo contemporaneo.

Di fatti di sangue, guerre e vendette è intrisa la saga degli Atridi a Micene raccontata nell’Agamennone, specchio delle violenze dei nostri giorni ma anche appello sincero contro le guerre d’ogni tempo. Antigone simboleggia invece l’eterno conflitto tra la norma codificata e il diritto naturale, tra la ragion di stato e il mondo degli affetti. I protagonisti del Laboratorio Artaud sono senza dubbio schierati con Antigone che risulta essere solo apparentemente debole. La loro è una battaglia civile e pacifica che li vede opposti ai diversi Creonte con cui deve fare i conti una compagnia giovane, che non si adegua ai canoni del successo mediatico.

Gli ostacoli più ardui che il Laboratorio deve affrontare sembrano però essere oggi rappresentati da tutti coloro che non si espongono, che non prendono partito, che non si fanno avanti per dare il loro contributo per migliorare il presente o per tentare di cambiarlo, odierni Ismene con il viso coperto da un velo.


Presentazione della Rubrica

Questa Rubrica è pensata come uno spazio aperto ai punti di vista di noi adulti, ma soprattutto ai punti di vista delle bambine e dei bambini, degli adolescenti, delle ragazze e dei ragazzi. Si tratta di dar voce alle nostre identità, a volte sospese, incerte, fluide; ma soprattutto ai loro sguardi sul mondo: il mondo che vedono, che vivono, che immaginano, che costruiscono.

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