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UN COMMENTO ALL'INCONTRO CON RONALD LAING
di
Roberta Guarnieri ( Venezia)

  • INTRODUZIONE
  • COMMENTO

  • COMMENTO

    Colpisce, innanzitutto, l'improvvisazione della traduzione, come se il fatto che Laing parlasse inglese e non capisse la nostra lingua, fosse un dettaglio ininfluente.
    Nel corso di gran parte della serata abbiamo potuto ascoltare le semplificazioni, i pressapochismi, gli errori di traduzione, gli scivolamenti in colloquialismi nel momento in cui dovevano venire tradotti termini riferiti a questioni di natura sessuale, ad esempio. Solo verso la fine compare una voce chiara e precisa che ridà corpo alla traduzione, facendo arrivare alle nostre orecchie la voce di un Laing non troppo dissimile dall'originale.
    Sembrava fosse presente una diffusa convinzione, condivisa dal pubblico, dal presentatore e da Laing stesso, che non sembra veramente preoccupato che le sue parole vengano correttamente tradotte, che, “più o meno” ci si capiva lo stesso.




    Parecchi anni prima, dieci per l'esattezza , con la traduzione Einaudi di “L'Io diviso”, Laing era stato tradotto e introdotto in Italia.

    Sembra più facile il compito di Fernanda Pivano, che tra i tre relatori al dibattito è
    quella che riserva a Laing il più incondizionato apprezzamento, facendolo rientrare
    nella schiera degli “eroi” degli anni '60 e del movimento giovanile che intorno ad essi si era formato. Nella sua esposizione non c'è alcuna contraddizione od intoppo nella catena che lega e unisce alienazione, pacifismo, non violenza, liberalizzazione delle droghe leggere, anticonsumismo, antiautoritarismo, omosessualità, buddismo zen.
    In particolare lo zen e la pratica della meditazione, approdo finale della parabola filosofico-spirituale dell'Autore, appaiono come consoni, comprensibili, condivisibili forse, e comunque in linea con le posizioni precedenti. Non ci sarebbe “tradimento” né del suo credo esistenzialista né dei suoi riferimenti al marxismo.
    Rileggendo i suoi primi scritti ci appare, come spesso capita, più comprensibile la svolta mistica di Laing, nei confronti della quale prendono le distanze gli altri due relatori. Laing, nella prefazione all'edizione del '64 di “L'Io diviso”, afferma che:
    ” La nostra civiltà non reprime soltanto gli “istinti” o la sessualità, ma anche ogni forma di trascendenza”, facendoci capire che per lui il riferimento a Freud e quello a Jung sono sempre rimasti compresenti e sono stati l'oggetto di un suo personale lavoro di integrazione.
    La rivoluzione fenomenologica, dalla quale Laing parte nel suo avvicinamento all'esperienza psicotica, introduce alla dimensione della comprensibilità della psicosi. La parabola che egli compie, nel suo percorso intellettuale, potremmo dire che si muova dalla “comprensione” alla “compassione”. Come lui stesso ci mostra in una della parti finali del suo intervento. All'interno di questo passaggio si attua quel progressivo allontanamento dalla teoria e dalla tecnica, il cui approdo finale sarà appunto un “profetismo” mediato dalle pratiche zen.
    Non è mia intenzione procedere qui ad una valutazione critica dell'opera di Roland Laing; quello che mi interessa è invece provare a rimettere a fuoco alcuni degli “atteggiamenti mentali” che all'epoca si erano delineati, all'interno di una parte della cultura psichiatrica, in rapporto all'esperienza della psicosi. Una parte, credo si possa affermare, vasta, che era espressione di quello che possiamo concordare di chiamare il pensiero progressista.




    Potremmo parlare, ascoltando ad esempio i due psichiatri presenti, e forzando un po' le loro rispettive posizioni, di “soluzione poetica” e di “soluzione politica” dell'approccio alla psicosi.
    Laing sembra qui, e badando alla cronologia dei suoi scritti, con la pubblicazione di “Nodi”, aver, dopo un lungo percorso, optato per la prima.

    Egli non ha mai smesso di considerare se stesso uno psichiatra, forse anche uno psicoanalista, come ricorda Jervis nel secondo capitolo del suo “Manuale critico”, riferendosi al testo di un'intervista rilasciata dal Laing stesso a Le Monde nel marzo del 1975, nella quale egli definitivamente rifiuta l'etichetta di anti-psichiatra.
    Jervis, in quel testo e nell'intervento in questo dibattito, ribadisce la centralità di Laing come di colui che “...ha portato il contributo teorico più importante alla evoluzione e alla crisi della psichiatria in questi ultimi anni”. E più avanti afferma:
    “In più Laing propone orientamenti ideologici che se appaiono “eversivi” non sono per questo sempre riconoscibili come politici da parte di che si sforza di operare in una prospettiva rivoluzionaria” (G.Jervis, Manuale critico di psichiatria, 1975).
    Ciò che ha mantenuto saldo il legame tra la psichiatria “di opposizione” in Italia e Laing è stato il rifiuto della sapere psichiatrico prodotto dalla psichiatria “dominante”. Sia Laing che le “avanguardie” psichiatriche italiane erano però depositari di un vasto sapere psichiatrico e filosofico. Il percorso che li ha portati a disfarsi, apparentemente, di questo sapere, ha avuto delle ricadute, alla lunga, assai negative tra coloro che hanno accolto solo il punto di arrivo di questo processo. Jervis è molto critico e molto consapevole dei danni portati dai livelli di semplificazione e
    D i banalizzazione che la pratica anti-istituzionale aveva prodotto e degli effetti che un certo culto della persona di Laing stavano tuttora producendo. Il suo richiamo alla lettura dei testi e allo studio la dice lunga sul ripensamento di una persona che, dieci anni prima, scriveva, a proposito dei “limiti della presa di coscienza dei degenti” :”...Per questi ultimi è comprensibile che i valori di guarigione continuino ad essere considerati più facilmente secondo le definizioni conformistiche della società esterna, cioè in funzione di un tentativo di integrazione, anziché secondo i valori assai più difficili da elaborare (e più ardui da sostenere anche sul piano dello sforzo psicologici) di una contestazione dell'assetto societario” ( da “L'istituzione negata”, 1968).



    In netto contrasto con le posizione allora sostenute, noi sappiamo che Laing non ha mai smesso di curare i pazienti, che credo mai abbia chiamato degenti, utenti o quant'altro. E questo a molti, all'epoca, non piaceva.
    Non piaceva che avesse fondato una comunità terapeutica e che curasse i pazienti privatamente, non piaceva il suo misticismo e il suo rifiuto di “schierarsi”.

    Rileggendo, per l'occasione, “L'Io diviso” trovo, tra gli altri, il nome di Winnicott nell'elenco di colleghi a cui va il suo ringraziamento. E ritornando su alcuni dei capitoli più belli del libro, ritrovo idee, osservazioni, formulazioni, che per gli psichiatri di formazione psicoanalitica e per gli psicoanalisti che più si sono dedicati ai pazienti gravi, fanno parte di un vasto e complesso terreno comune. E più in particolare ritrovo idee che proprio da Winnicott saranno sviluppate, in ambito psicoanalitico.
    La qualità delle angosce psicotiche, il falso Io, il rapporto tra l'Io corporeo e l'Io incorporeo, le esperienze psicotiche nelle persone sane, i paradossi del rapporto con l'altro, l'attenzione all'ambiente familiare e alle prime relazioni e molto altro ancora.

    Vorrei ricordare qui solo una frase che mi sembra esemplificativa del modo di pensare di Laing, in rapporto alle problematiche che ci possono interessare come psichiatri. “Però, come l'interprete, il terapeuta deve possedere una plasticità sufficiente per potersi trasporre in un altro modo, un modo strano, e che forse gli è completamente alieno, di vedere il mondo. In questo atto di trasposizione il terapeuta attinge alle proprie potenzialità psicotiche, senza per questo rinunziare alla sua salute mentale. Solo così può arrivare a cogliere la posizione esistenziale del paziente.” ( da“L'Io diviso”).
    Come psicoanalisti sappiamo che non si tratta solo di cercare di estendere il campo della coscienza verso dimensioni ignote, attraverso uno sforzo intellettuale, quanto piuttosto di sperimentare su di sé le dimensioni inconsce della psiche che possono farci intravedere quegli stati germinali dell' ”essere”, per usare la terminologia del Laing esistenzialista, attorno ai quali si gioca il destino della psicosi.
    Anche se abbiamo consapevolezza che l'ampliamento della comprensibilità dell'esperienza psicotica non ha, di per sé e in moltissime situazioni, nessun potere risolutorio.

    Ritornando all'iniziale problema di traduzione, mi pare si possa dire, a venti anni di distanza, che ci sono stati dei problemi di “traduzione” da parte di molti di coloro che, alla fine degli anni ‘60, hanno introdotto il pensiero di Roland Laing in Italia.
    Possiamo pensare che Laing avrebbe potuto sostenere tesi quali:
    “L'atto terapeutico si rivela, in questo senso, una riedizione, riveduta e corretta, della precedente azione discriminante di una scienza che, per difendersi, ha creato la “norma”,.....”.
    “...le stesse teorie psicodinamiche, che pure hanno tentato di trovare il senso del sintomo attraverso l'indagine dell'inconscio, hanno mantenuto il carattere oggettivo del paziente, anche se attraverso un diverso tipo di oggettivazione: oggettivandolo, cioè, non più come corpo ma come persona”.
    “Il rapporta terapeutico non agisce - in realtà- come una nuova violenza, come un rapporto politico tendente all'integrazione, nel momento in cui lo psichiatra - come delegato della società- ha il mandato di curare i malati attraverso atti terapeutici che hanno l'unico significato di aiutarli ad adattarsi alla loro condizione di “oggetti di violenza”? “ (da “L'istituzione negata”, a cura di F.Basaglia).
    Dobbiamo veramente stupirci, adesso, che così poco sia stato fatto per creare una valida alternativa ai manicomi?
    L'atteggiamento profondamente anti - ideologico di Laing era quanto di più lontano ci fosse da certi ambienti dell'anti-psichiatria italiana, tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70.
    Se ne sentono gli echi anche durante il dibattito e, a proposito dell'”astratta ideologia” possiamo notare come sia l'unico momento in cui Laing risponde al suo interlocutore in tono alterato.
    Ma è il 1979 e non il 1968: siamo di fronte alla parabola discendente della frange più estreme del movimento anti-psichiatrico e il “pensiero progressista” a cui Jervis si riferisce e già un pensiero in crisi.
    Per Laing è stato più facile non essere preso nelle maglie di un pensiero totalizzante: la tradizione filosofica e la tradizione politica del suo paese gli hanno permesso di mantenersi al riparo, pur assumendo posizioni radicali, dall'estremismo ideologico.
    E' bene ricordare che anche nel nostro paese, che pure scontava in campo culturale e scientifico, una notevole arretratezza, è esistita, proprio all'interno del pensiero progressista, già negli anni '60 e, a maggior ragione, negli anni '70, la possibilità di seguire una via intermedia, tra la “soluzione poetica” e la “soluzione politica” dell'approccio alla malattia mentale.
    Questa via è quella di coloro che prima di tutto non hanno mai smesso di curare i pazienti, nel senso, prima di tutto, del prendersi cura, “to take care”, oltre a farsi esse stessi curare, e, in secondo luogo, hanno mantenuto saldo il legame con le aperture prodotte dalle scoperte freudiane, scegliendo di ampliarne il campo in direzione sia teorica, sia tecnica, sia clinica.
    Certo, Roland Laing ha perseguito la sua vocazione terapeutica partendo da un rifiuto della teoria e della tecnica, sostituite da un approccio spirituale alla realtà della sofferenza umana. Più che di un rifiuto, si tratterebbe piuttosto di una messa tra parentesi, come egli stesso ci fa capire quando dice che, nel suo rapporto con il paziente, le teorie rimangono nel back-ground , atteggiamento che peraltro, con le dovute differenze, non può essere che condivisibile.
    E' a proposito del rapporto tra teoria, tecnica e clinica che noi sentiamo rispetto a lui maggiore distanza.

    Per quello che lo riguarda mi pare che non ci sia stato che lo sviluppo coerente del pensiero che già nel 1959 egli esprimeva nei confronti della teoria, e di quella psicoanalitica in particolare, e del misticismo.
    “Ed è molto forte il contrasto fra parole ben considerate come “oggettivo” e “scientifico”, e parole mal considerate come “soggettivo”, “intuitivo”, e, peggiore di tutte, “mistico” “. ( R. Laing, “L'Io diviso”, Einaudi, 1969)
    “Il maggior psicopatologo e stato Freud: come un eroe mitologico, egli è disceso agli “inferi”, e si è trovato di fronte a terrori agghiaccianti; ma portava con sé la sua teoria, come una testa di Medusa, e con essa li ha trasformati in pietra. Noi, suoi seguaci, abbiamo il vantaggio della conoscenza che egli ci riportò indietro con sé e ci consegnò. Freud sopravvisse. Tocca a noi vedere se riusciamo a sopravvivere senza far ricorso ad una teoria che è, in qualche misura, uno strumento di difesa”. (idem).
    E' qui chiaramente espresso ciò che ci unisce a Laing e ciò che ci divide da lui.
    Quanto al misticismo e alla trascendenza è mio personalissimo parere che la
    questione sia totalmente aperta.
    Voglio solo ricordare che tra le ultime parole tracciate da Freud sulla carta troviamo una nota che suona :” 22.Mistica:l'oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell'Io, dell'Es” (S. Freud, “Risultati, idee, problemi”, 1938).

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